Il motofonino che slitta e crolla

Motorola si è messa nei guai: i suoi telefonini oggi valgono un decimo di quello che valevano nel 2006. L'azienda decide così di iniettarli in una nuova società. Una strada tutta in salita

Roma - I titoli dei quotidiani statunitensi più noti sono univoci: Motorola ha preso una decisione inevitabile, ha scelto di spezzarsi in due, dedicando una società separata a tutto ciò che è wireless, ossia ai cellulari; e lo ha fatto perché l'azienda è sotto pressione, perché i suoi telefonini anziché produrre reddito producono perdite. Titoli impietosi che non aiutano il maggiore costruttore nordamericano di apparecchi di telefonia mobile, ma descrivono con realistica crudezza i guai in cui si è cacciato.

Che Motorola dovesse prendere atto di una situazione difficile non è una novità: nei mesi scorsi si era parlato persino dell'uscita tout-court dal settore dei mobiles, poi frettolosamente smentita dal nuovo management. Ma era solo questione di tempo: le pressioni di cui parla il New York Times non riguardano solo ed esclusivamente Moto, riguardano tutto il modo precedente di approcciare la telefonia mobile. Modo e mondo, verrebbe da dire: sono cambiati i consumatori, sui mercati maturi pur di stimolare gli acquisti si ragiona quasi esclusivamente per feature, o aggiungendole (perlopiù) o tornando all'antico e riducendole all'osso, mentre sui nuovi mercati si arriva con prodotti alternativi che cercano di imporsi sul più vivace mercato della rivendita e del riuso, quello dei paesi poveri ed emergenti. Cambiano le tecnologie, cambia il software e cambia anche il modo di produrlo.

A volere decisioni drastiche dalla dirigenza Motorola non è stato uno qualunque: Carl Icahn, che da solo controlla il 6,4 per cento della società, voleva scelte capaci di fermare l'emorragia del valore. Già, il valore. Quello della divisione cellulari di Motorola è oggi a 3,8 miliardi di dollari, vale a dire secondo Citigroup un decimo rispetto al 2006, e questo anche perché nel mercato in movimento, dal GPS agli smarpthone, si moltiplicano le iniziative di player di richiamo come Garmin o HP. Persino Dell ci sta pensando. Dal 30 settembre ad oggi il titolo Motorola ha perduto il 46 per cento, uno slittamento, una emorragia appunto, ed è difficile fermarla visto anche che l'iPhone di Apple procede a vele più o meno spiegate e che i Blackberry di RIM continuano a conquistare il segmento business ammiccando però sempre più alle feature più consumer. Non solo indietro sul piano industriale, indietro anche sul piano delle aspettative, tanto che una ripresa dei motocosi sul mercato dei telefonini sorprenderebbe molti.
Spezzare l'azienda in due significa offrire due destini diversi a ciascuna impresa, è una scelta conservativa, un muretto di difesa che verrà interpretato come tale dal mercato. Significa per Motorola consentire alle ricche attività del networking di lasciare la nave che avevano imparato a inseguire e che da sola rischia sì di navigare in acque perigliose ma cessa di essere un pericolo diretto per il resto del business.

Lo spazio che Motorola sta lasciando andrà tutto a favore dei newcomers ma anche e forse soprattutto di Sony Ericsson: secondo gli analisti (Cowen&Co.) già destinata a diventare il terzo produttore al mondo di telefonini dopo Nokia e Samsung. Soprattutto, finché la "nuova Motorola" non troverà una sua identità, ed una linea di prodotti capaci di competere, sul suo mercato di casa, quello statunitense, si aprono molte golose opportunità per i competitor. Una situazione critica per Motorola, tanto che persino trovare un compratore per le attività mobili ora suonerebbe come una missione impossibile.
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