Gaia Bottà

Google: conserviamo dati quanto basta

BigG risponde alle raccomandazioni UE in materia di data retention: la conservazione dei dati degli utenti è proporzionata alle nostre necessità

Roma - La conservazione dei dati degli utenti? È una pratica più che legittima, a parere di Google, è una pratica indispensabile per migliorare i servizi offerti, è una pratica che i cittadini della rete non dovrebbero temere, se sostenuta dalla buona fede di chi la pratica e da solide misure a tutela della privacy.

Ma a preoccuparsi delle insidie tese dai motori di ricerca e dagli attori dell'advertising in rete non sono i netizen, ma il gruppo di lavoro Articolo 29, commissione che affianca l'Unione Europea nelle questioni che attengono alla privacy e ai dati personali dei cittadini. L'organizzazione, che da tempo preme per una maggiore tutela del diritto alla riservatezza in rete, ha scagliato un'invettiva contro i motori di ricerca: in un report, il Working Group richiama i giganti del search ad un opportuno bilanciamento tra la conservazione delle informazioni relative agli utenti e il "diritto dei cittadini ad avere una vita privata".

Ma a parere del delegato alla privacy di BigG Peter Fleischer, che risponde al report in un post sul blog ufficiale, i due pesi sulla bilancia sono già perfettamente equilibrati: la qualità del servizio offerto da Google è da imputare alla approfondita analisi dei comportamenti dei netizen, ma nel contempo la vita privata in rete degli utenti è perfettamente tutelata nel quadro della politiche relative alla privacy. Google ritiene di avere la coscienza pulita, per essersi piegata alle richieste dell'Unione Europea in materia, rendendo anonimi i log delle sessioni online degli utenti dopo 18 mesi dalla raccolta e lasciando scadere i cookies dopo due anni dalla somministrazione.
Ma questi slanci cooperativi non sembrano aver accontentato il gruppo di lavoro Articolo 29: "Il periodo di conservazione dei dati dovrebbe essere ridotto al minimo - si legge nel report - e dovrebbe essere proporzionato agli scopi che i motori di ricerca dimostrano di perseguire". Google ha sempre ribadito che la conservazione dei dati serve ad offrire servizi migliori e tagliati su misura degli utenti, serve a tutelarsi dalle frodi, consente di uniformarsi alla Direttiva UE che regola la data retention a fini di sicurezza. Ma sono queste delle giustificazioni che non sembrano convincere la UE a concedere ai motori di ricerca una conservazione dei dati per periodi così prolungati: "Il Working Party non vede nelle motivazioni offerte dai motori di ricerca una giustificazione per conservare i dati per un periodo di oltre sei mesi". Lo stesso vale per i cookie: dovrebbero scadere il prima possibile, "non dovrebbero durare più di quanto sia strettamente necessario". Tutte le informazioni raccolte, dunque, dovrebbero essere conservate per il più breve tempo possibile e dovrebbero essere trattate con la massima trasparenza nei confronti degli utenti. E riguardo alle Direttive UE, l'organismo ritiene che non si debbano applicare ai motori di ricerca ma ai soli ISP e ai "fornitori di servizi di comunicazioni elettroniche".

Non è solo la conservazione dei dati ad essere nel mirino dell'organismo UE: nel report si torna a ribadire che l'indirizzo IP debba essere considerato un dato personale e come tale debba essere trattato con opportuna cautela, in ottemperanza alle leggi che vigono nell'Unione. Ma Google ribatte che per considerare un indirizzo IP alla stregua di un dato personale è necessario che sia effettivamente correlato ad un utente univoco, ad una persona identificabile e individuabile, passo che Google non ha interesse a compiere.

Mentre Yahoo! e Microsoft si stanno prendendo del tempo per valutare la portata del report, Fleischer ha fatto riferimento al documento come ad "un ulteriore passo nel dibattito riguardo alla protezione della vita degli utenti online", un dibattito nel quale Mountain View intende levare la voce per difendere la prospettiva dell'azienda. Ma c'è chi nella risolutezza dell'atteggiamento del Working Group intravede tempi duri per gli attori che operano nel campo del search e dell'advertising online: il report, spiegano da Electronic Privacy Information Center, orienterà l'atteggiamento regolatorio delle autorità dell'Unione Europea.

Gaia Bottà
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