Luca Annunziata

Hubble, il network che studia Internet

Individuare i punti nevralgici della rete. Scovare i problemi quando si verificano. Tentare di comprendere come si evolve l'oceano delle informazioni, tra maelstrom e tempeste che ostacolano la navigazione

Roma - L'hanno chiamato Hubble, come il celebre astronomo e come il telescopio spaziale a lui intitolato. E proprio come per l'osservatorio orbitante, la ricerca di un buco nero è l'obiettivo del programma: ma invece che scavare tra galassie e supernove dello spazio, quanto realizzato dai ricercatori dell'Università di Washington si concentra sui nodi del cyberspazio. Alla ricerca dei pozzi senza fondo in cui si perdono i pacchetti in transito da un lato all'altro della Terra.

La mappa mondiale con gli attuali buchi neriQuanto si è scoperto nei primi mesi di attività di Hubble è che Internet è molto meno "solida" di quanto ci si sarebbe potuto aspettare: durante le prime tre settimane sono stati identificati oltre 10mila "buchi neri persistenti", vale a dire zone della rete nella quale si interrompevano le comunicazioni senza una ragione apparente. Un sistema, o una serie di sistemi, va incontro ad un blackout o ad un inconveniente minore: quello che succede è che costituirà un ostacolo tra partenza e destinazione, o almeno tra certi punti di partenza e alcune destinazioni.

Tra chi formula la richiesta, ad esempio inserendo l'indirizzo di un sito da navigare, e il server che ospita il sito stesso c'è un percorso funzionante: ma a volte il percorso seguito, senza che si trovi una spiegazione per giustificarlo, può deviare su traiettorie inaspettate trasformandosi nell'equivalente di un vicolo cieco. Per effettuare le verifiche necessarie a decretare l'esistenza di un buco nero online, i ricercatori sfruttano le doti del PlanetLab Network: una rete di quasi 1000 computer situati negli istituti accademici di tutto il mondo, connessi tra di loro per offrire la piattaforma adatta allo sviluppo di servizi in rete.
Ne bastano 100 ad Hubble per riuscire a coprire circa l'85-90 per cento dell'intera Internet. I sistemi coinvolti restano in attesa, registrando passivi quanto accade in rete: quando uno dei nodi individua un problema, si attiva per confermare la persistenza dell'errore per due sessioni indipendenti da 15 minuti l'una. A questo punto partono i controlli incrociati.

Un particolare della mappa che mostra un problema attualmente in corso in ItaliaSe un altro nodo della rete riesce a rintracciare la risorsa desiderata, il software è in grado di stabilire quale sia il punto della rete che inghiotte i pacchetti in transito, e memorizza il fenomeno nel proprio database. Si parla in questo caso di "reperibilità parziale", termine usato dai ricercatori per indicare che un indirizzo è liberamente accessibile da una parte della rete mentre risulta invece offline per tutti gli altri sistemi.

Tra le caratteristiche più interessanti del progetto c'è anche un'interfaccia geografica, in grado di mostrare dove si trovino i buchi neri presenti in rete in tempo reale. Combinando i dati presenti nell'archivio con il planisfero fornito da Google Maps, gli amministratori di sistema o i semplici navigatori possono tentare di capire se quel social network, quel sito aziendale, quel e-shop sono davvero irreperibili, magari perché sotto attacco, o se c'è qualche altro problema.

Un computer collegato ad Internet non è abbastanza, dunque, per garantirsi il quadro completo del web: "Esiste la convinzione che con una connessione funzionante si possa accedere all'intera rete - spiega Ethan Katz-Bassett, uno dei membri del team che si occupa del progetto - Ma abbiamo scoperto che non è sempre vero". Un sito irraggiungibile potrebbe essere il risultato del cattivo lavoro del provider, dei DNS che fanno le bizze o di chissà quale macumba del vicino. Oppure si potrebbe essere incappati in un cyber buco nero degli oltre 800mila censiti fino ad oggi da Hubble: e come molti sanno, sottrarsi ad un buco nero è quasi impossibile.

Luca Annunziata

(fonte immagini)
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