3 Italia contro l'Authority TLC

L'operatore ritiene devastanti gli effetti dei due provvedimenti dell'Autorità della Comunicazioni. Ci sarebbero problemi in materia di tariffe di terminazione e di assegnazione delle frequenze

Milano - Qualche reazione era prevedibile, dopo i recenti provvedimenti dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni sulla telefonia mobile: il percorso di riduzione fissato la scorsa settimana ha provocato la furia di 3 Italia, che con questo provvedimento subisce la maggiore penalizzazione. Ma l'operatore contesta anche la delibera relativa all'assegnazione delle frequenze.

L'operatore, ultimo arrivato sul mercato italiano e attivo solamente su rete UMTS, motiva la propria contrarietà al provvedimento con un comunicato in cui spiega le proprie ragioni: "3 Italia esprime un giudizio completamente negativo sullo schema di delibera adottato ieri dall'Authority in materia di terminazione mobile. Tale provvedimento è iniquo perché anticipa la discesa della terminazione di 3 rispetto agli altri operatori, senza considerare i maggiori investimenti sostenuti da un'azienda nuova entrante e che non dispone di frequenze GSM".

L'azienda ritiene che l'Autorità abbia anticipato di molto i tempi di un provvedimento già pianificato con un calendario differente: "La recente delibera 628/07/CONS aveva previsto espressamente che l'ulteriore discesa della terminazione di 3 Italia avvenisse nell'ambito della nuova analisi di mercato, quindi contestualmente a quella degli altri operatori, attualmente prevista per luglio 2009".
"Le decisioni adottate dall'Authority - aggiunge l'operatore - comportano inevitabilmente la sospensione immediata dei piani di investimento per la riduzione del Digital Divide nel Mezzogiorno e nelle zone non raggiunte dalla banda larga e pongono seriamente a rischio il mantenimento dei livelli occupazionali dell'azienda".

Due, inoltre, le motivazioni per cui 3 non è affatto d'accordo sui contenuti della delibera in materia di frequenze: "In primo luogo - osserva l'operatore mobile - non è possibile mettere a gara le frequenze UMTS già assegnate a IPSE a condizioni diverse da quelle applicate nella gara del 2000 (incluso evidentemente il pagamento di 826 milioni di euro per 5 MHz) all'interno del periodo di godimento delle frequenze (20 anni) che quel pagamento garantiva a 3 Italia".

"In secondo luogo - prosegue 3 - dopo l'entrata in vigore del Codice delle Comunicazioni Elettroniche, ogni assegnazione di frequenze può essere fatta solo per asta o beauty contest. Non si capisce, pertanto, il fondamento giuridico dell'assegnazione di frequenze a 900 MHz agli altri operatori, né quello della utilizzabilità delle frequenze stesse per il servizio UMTS. Questa decisione viola palesemente il principio di parità di trattamento, discriminando 3 Italia".

"La modifica della destinazione d'uso delle frequenze (cd. refarming) - continua il comunicato - avrebbe infatti dovuto aver luogo dando uguali opportunità a tutti gli operatori radiomobili e non considerando la precedente assegnazione come un titolo preferenziale di assegnazione. Va infine sottolineata la contraddittorietà di un provvedimento che sotto la vigenza del Codice delle Comunicazioni Elettroniche prevede per alcune frequenze l'attribuzione a seguito di gara (2100 MHz) e per altre una sorta di eredità per i precedenti assegnatari (900 MHz), senza massimizzare l'introito per lo Stato con le procedure espressamente previste dal Codice".

Sulla base di queste motivazioni, l'amministratore delegato di 3 Italia Vincenzo Novari si rivolge al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e al Ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, chiedendo il loro intervento "per scongiurare gli effetti devastanti di questi provvedimenti". Effetti che, conclude, favoriranno gli operatori dominanti mortificando lo spazio competitivo, "vanificando uno dei più importanti investimenti diretti esteri mai realizzati in Italia e i benefici che ne sono scaturiti in termini di occupazione, innovazione e convenienza per i consumatori, oltre a creare un deterrente agli investimenti esteri futuri".
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