Alfonso Maruccia

TuneCore, la distribuzione musicale diventa democratica

Pochi dollari e chiunque può pubblicare la propria musica sugli store online. Nessuna etichetta, nessun intermediario, solo l'occasione di confrontarsi col mercato

Roma - C'è chi come Peter Gabriel pensa a imbastire filtri contro l'oceano indecoroso di contenuti online, e chi al contrario in quell'oceano intende sguazzarci. Jeff Price, fondatore di TuneCore, appartiene a quest'ultima categoria ed è fermamente convinto del fatto che il futuro della distribuzione musicale in rete sia nei grandi numeri e nell'offerta aperta davvero a tutti, ai consumatori così come agli artisti. O a chi vorrebbe esserlo senza avere talento da spendere sul mercato tradizionale.

TuneCore si configura come un intermediario puro tra i musicisti e il pubblico, ma la sua collocazione vuole essere nettamente diversa rispetto a quella delle major o delle etichette indipendenti. Laddove le suddette scelgono con oculatezza su chi investire denaro per la produzione e la promozione di album e brani, la società di Price - in circolazione dal 2006 - sopperisce all'esigenza di avere un contratto professionale per la distribuzione della propria opera in formato digitale e si mette a disposizione di chiunque sia anche solo in grado di mal suonare un flauto dolce, di quelli con cui si studiava musica a scuola.

Contratti, gestione dei rapporti con le società degli store telematici, adeguata formattazione dei brani musicali e gestione automatizzata del trasferimento dei file nei database dei distributori, tutti gli aspetti del "dietro le quinte" del mercato musicale vengono presi in consegna da TuneCore. Al modico prezzo di una sottoscrizione annuale di circa 30 dollari offre al Trent Reznor di turno o all'amatore che suona la chitarra elettrica nel garage di casa un meccanismo distributivo senza lungaggini burocratiche o difficoltà tecniche di sorta. E i guadagni vengono intascati interamente da chi la musica la produce, apparentemente senza cavilli nascosti.
La promozione delle "opere" musicali, naturalmente, non viene contemplata nel prezzo: TuneCore è una facility meramente tecnica, in cui l'input dei contenuti corrisponde, inevitabilmente e senza intermediazioni, all'output dei brani e degli album su iTunes, eMusic, Amazon, Napster e altri store digitali. Non a caso Price definisce la propria creatura come una vera e propria rivoluzione nel mercato della musica, che ha realizzato, con la sua comparsa in rete, la rivoluzione di una distribuzione realmente democratica e aperta a tutti. Un tipo di distribuzione che le major non avrebbero mai potuto avallare o promuovere.

Naturalmente, non avere un paio di orecchie fini ad ascoltare la musica prima che questa finisca nei negozi non dà alcuna garanzia sulla qualità o la semplice decenza della suddetta, e in tal senso la democratizzazione potrebbe semplicemente trasformarsi in un servizio di tipo GIGO. La spazzatura (musicale) entra, la spazzatura esce su iTunes. L'approccio di TuneCore permette insomma di far raggiungere il mercato anche a porcherie assolute che altrimenti sarebbero rimaste chiuse (per motivi ben fondati di decenza e pubblico decoro) negli scantinati di "artisti" dalla dubbia sensibilità. Per Price questo non è un problema: a suo dire TuneCore "ha spezzato il controllo di un'industria da 35 miliardi di dollari all'anno", e se ci sarà in giro più spazzatura è prevedibile che aumenterà anche la "roba buona" e degna di essere ascoltata dal pubblico.

Parlando di profitti, Price non nasconde le cifre: ad ars techica il tecnologo - che aveva già fondato una etichetta indie prima di dedicarsi a TuneCore - rivela che, nel complesso, i clienti della sua società hanno realizzato 6,5 milioni di dollari di ricavi nel corso di tutto il 2007. Mille di questi artisti - o presunti tali - guadagnano attualmente oltre 1.000 dollari al mese, e in un caso una band sconosciuta ha totalizzato 100mila dollari in un mese solo grazie al passaparola e al social networking.

La società, per contro, non è ancora in attivo finanziario, ma il passaggio dai server gestiti in proprio all'outsourcing delle infrastrutture hardware e software ad Amazon (Simple Storage Service ed Elastic Compute Cloud) ha recentemente permesso di aumentare i ricavi di uno stellare 480%, facendo avvicinare di molto l'obiettivo del pareggio dei conti.

TuneCore avrà anche scompaginato i business plan di major ed etichette indie, ma è Price stesso a dover ammettere che la sua società non potrà comunque essere la principale responsabile del tracollo definitivo del mercato musicale tradizionale. L'intermediazione democratica e senza filtri, sintetizza il suo creatore, funziona alla grande soprattutto nei casi in cui un artista di fama senta l'esigenza di una distribuzione economica e senza le complicanze dei rapporti con le major, o nel caso in cui un perfetto sconosciuto non riesca a ottenere quel benedetto contratto, ma voglia provare lo stesso a pubblicare la sua creazione.

Alfonso Maruccia
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