Dario Bonacina

Roma : basta con le intercettazioni

Il Governo prepara un provvedimento mirato a vietare le intercettazioni telefoniche ed ambientali, ad eccezione delle indagini sulla criminalità organizzata o il terrorismo. Tutela della privacy?

Roma - Giro di vite in arrivo sulle intercettazioni telefoniche e sulla pubblicazione dei loro contenuti da parte della stampa. La notizia è stata anticipata venerdì dal ministro della Giustizia Angelino Alfano ed è stata confermata sabato dal premier Silvio Berlusconi. Il provvedimento è stato motivato dalla volontà di salvaguardare la privacy dei cittadini ma anche di contenere un capitolo di spesa notoriamente pesante.

Il Governo varerà quindi misure per contrastare quello che viene definito abuso delle intercettazioni telefoniche e ambientali nelle indagini della magistratura, introducendo vincoli e poche eccezioni: "Con un intervento che faremo al Consiglio dei ministri della prossima settimana - ha spiegato Berlusconi intervenendo al convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria - introdurremo il divieto assoluto di intercettazione telefonica, con esclusione per indagini che riguardano la criminalità organizzata, la mafia, la 'ndrangheta, la camorra o il terrorismo".

Rischierà cinque anni di galera chi violerà la nuova norma. "Per tutti gli altri reati - ha aggiunto il premier - cinque anni di carcere a chi ordinerà queste intercettazioni, cinque anni di carcere a chi le eseguirà e cinque anni di carcere a chi le propagherà, e una penalizzazione finanziaria importante per gli editori che le pubblicheranno". Nelle dichiarazioni del Governo non vi sono accenni peraltro alla data retention che, come noto, i Garanti europei della privacy considerano alla stregua delle intercettazioni delle comunicazioni e che ha solo di rado alimentato il dibattito politico.
Le intenzioni del Governo non mancano peraltro di fomentare le polemiche. C'è chi fin da maggio, in previsione del provvedimento, ha affermato che l'introduzione di questa norma impedirebbe all'opinione pubblica di esercitare il proprio diritto di critica sulle scelte della magistratura e di conoscere l'operato "sopra le righe" dei propri rappresentanti politici, che dalla popolazione sono stati votati e al cui giudizio è giusto si sottopongano.

I riferimenti sono ai casi di cronaca di questi anni che hanno coinvolto la pubblicazione delle intercettazioni, dalle inchieste alla Woodcock come il VIP Gate a Calciopoli fino a Vallettopoli. Il provvedimento, sostiene qualcuno anche tra le fila dei partiti di maggioranza, potrebbe segnare anche la fine della possibilità di condurre indagini sul mondo della finanza, sullo smaltimento dei rifiuti e via dicendo. Intercettazioni spesso finite sulla stampa e trasformatesi in una gogna mediatica, fondata su dichiarazioni relative alla vita privata degli intercettati e che spesso non avevano rilevanza alcuna ai fini delle indagini ma che servivano più che altro a sollevare attenzione da parte del pubblico.

Il dibattito si è peraltro allargato anche in sede istituzionale e tra gli stessi magistrati. Il presidente emerito della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli, ritiene sia giusto limitare l'uso dello strumento delle intercettazioni per tutelare i diritti delle persone, mentre Luca Palamara, presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati ritiene che dare un taglio delle intercettazioni equivalga a depenalizzare alcuni reati. Secondo Giuseppe Cascini - segretario del sindacato delle toghe - è necessario "prevedere una selezione del materiale necessario per il processo e l'eliminazione del materiale che non serve. Su questo riteniamo sia necessario un intervento normativo - ammette, riconoscendo però come le intercettazioni siano uno strumento investigativo "indispensabile e irrinunciabile per il contrasto delle forme più insidiose di criminalità, quali certamente la criminalità organizzata e il terrorismo, ma anche gli omicidi, i sequestri di persona, il riciclaggio, la corruzione di pubblici ufficiali, la criminalità economica, l'usura, le estorsioni e la pedofilia", e sperando che non si debba "rinunciare a uno strumento di indagine che spesso è l'unico praticabile".

Dario Bonacina
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