Roma - L'Istituto per la Medicina Rigenerativa delle Forze Armate statunitensi ha ufficialmente investito
250 milioni di dollari in un arco di
cinque anni. La mira?
La più eclatante è una particolare pistola che spari speciali
cellule staminali su una ferita e la faccia
guarire nell'arco di poche ore. Intuitivo che, estendendo il concetto, a questa possibilità se ne aggiungono
infinite altre.

L'interesse dei militari su tali tecnologie - reso pubblico già da
qualche mese - è
lapalissiano: fare in modo che un militare, ferito in modo anche serio ma non troppo invalidante, possa guarire il prima possibile, quasi da solo, possibilmente senza alcun intervento medico e in totale sicurezza. Una mira piuttosto ardimentosa, ma comprensibile se si pensa alle menti che la concepiscono: essendo una tecnica in grado di far risparmiare vite umane, tempo e denaro, si farebbe - e si fa - di tutto per cercare di perfezionarla e renderla
usabile sul campo.
Idee come questa possono
suonare un po'
trekkiane e suscitare ilare scetticismo, ma si tratta di pura realtà:
30 istituti di ricerca consorziati collaborano per far divenire tangibile questo proposito, con un complesso di
attività e un
lavorìo che spaziano da una disciplina all'altra e fanno tesoro delle esperienze di tutti.
Non c'è
nessuna intenzione di fermarsi alla "riparazione di ferite". Per le lesioni agli organi, Anthony Atala - ingegnere dell'istituto di ricerca militare e della
Wake Forest University - sta migliorando una stampante inkjet già capace di
ricreare un organo rudimentale on demand. L'apparecchio impiegherà cartucce riempite con cellule di vario genere di tessuti, un mix di sostanze attivatrici di crescita e speciali elementi nutrienti, per "stampare" gli organi livello su livello. Al momento, la stampante sarebbe riuscita a riprodurre in modo rudimentale strutture anche complesse, come il cuore di un ratto.

Nell'arco dei prossimi cinque anni - la durata del finanziamento del Pentagono - Atala spera di poter stampare direttamente su una ferita aperta, anche profonda, il tessuto necessario a farla guarire. Queste cellule, chiamate
cheratinociti, vengono estratte dal paziente stesso e stimolano naturalmente la guarigione.
Innegabili i risvolti che questa tecnica porterebbe in molti altri campi: c'è chi l'ha già
battezzata Pelle Spray da comprare in drogheria, ma sarebbe una benedizione anche per discipline come la chirurgia estetica, per la ricostruzione di parti del corpo amputate, per la "sostituzione" di tessuti affetti da qualche patologia seria e, a questo punto, chi più ne ha più ne metta. Insomma, tutto lascia pensare che la molteplicità di interessi in orbita intorno al progetto sospinga, sfruttando la forza trainante dell'interesse militare, l'evoluzione di questa disciplina a vantaggio dell'intera comunità umana.
Marco Valerio Principato(fonte immagini)