Alfonso Maruccia

L'odissea di un leecher tedesco su eMule

Usava una speciale build del Mulo pensata per massimizzare i download e tagliare fuori ogni possibile condivisione dei file, ma è finito nel mirino degli investigatori. Che però hanno sbagliato tutto

Roma - Aveva eMule "moddato" per impedire la messa in condivisione dei contenuti scaricati dalla rete di file sharing, nonostante questo è stato chiamato alla sbarra perché avrebbe distribuito film e altri materiali senza autorizzazione. È successo in Germania, dove uno sfortunato utente ha ricevuto la richiesta di pagare 700 euro in compensazione della presunta violazione sul diritto d'autore.

Media Protector, società specializzata nella caccia agli utenti-condivisori alla stregua della americana MediaSentry, avrebbe appunto individuato i materiali protetti tra i file dall'utente tedesco, usando quella che viene definita dalla stessa società una tecnologia "speciale" atta allo scopo.

Una tecnologia talmente speciale che è riuscita a vedere persino quello che non c'era, considerando che, nell'ambito del caso legale scatenato dagli "esperti" tedeschi, si sarebbe appurato che in effetti il client utilizzato dall'utente era la variante da leech del software eMule "0 Upload Mod", con un database di 924 giorni di uptime e 0 byte trasferiti agli altri utenti.
Zero byte, nessun file, nessun bit messo in condivisione, una condivisione che in sostanza non esisteva essendo il tedesco una sanguisuga - di quelle generalmente mal viste da chi pratica il file sharing - che ha scaricato da tutti e non ha dato in cambio niente a nessuno.

Sbugiardati quindi gli "esperti" e le tecnologie "speciali" di Media Protector, rimane da stabilire se la mancata condivisione dei contenuti sarà sufficiente a salvare l'utente da una condanna. La teoria della "messa in condivisione" è un cavallo di battaglia di lunga durata delle statunitensi RIAA ed MPAA, che da sempre insistono su questo tasto per perorare la propria crociata legale nei confronti dei consumatori appassionati di download digitali. E le loro tesi sono ripetute a pappagallo dagli omologhi europei.

Un cavallo di battaglia recentemente confermato nell'ambito del caso Jammie Thomas, che il giudice ha deciso di riaprire dopo una riconsiderazione della pesante condanna imposta alla donna che per 24 file ritenuti pirata dovrebbe versare quasi 250mila dollari alle major. Una teoria che, per quanto cara all'industria, negli USA scricchiola da più parti, come dimostrano le decisioni dei magistrati nei casi London-Sire v. Does 1-4 e Atlantic v. Howell.

Alfonso Maruccia
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