Alfonso Maruccia

Anche HP infila CPU nei container

La corsa ai CED compatti ed espandibili mette sempre più al centro i container. C'è chi se ne va in mare aperto, e chi come HP parla di un modo alternativo di pensare al centro di elaborazione dati

Roma - Più che una moda passeggera, il server-fai-da-te sta diventando una vera e propria mania: in tempi di cloud computing e prezzi del petrolio alle stelle, le società specializzate nella fornitura di potenza e spazio per l'elaborazione di enormi quantità di informazioni si allineano, offrendo soluzioni che vanno dalla completa personalizzazione dei componenti al viaggio in mare per garantire sicurezza e taglio dei costi di mantenimento.

un containerLa nuova soluzione di HP si chiama Performance-Optimized Datacenter (Pod), e fa parte evidentemente del gruppo di tecnologie personalizzabili a seconda delle esigenze del cliente: ogni container di classe Pod può ospitare 3.500 nodi di CPU, 12mila dischi fissi e rimane ancora abbastanza spazio perché un tecnico entri a fare eventuale manutenzione.

"I clienti hanno a disposizione maggiore flessibilità nel bilanciare le spese in capitale e le spese operative, soddisfacendo nel contempo facilmente e velocemente il loro bisogno per capacità addizionali", dice a riguardo di Pod il vice-presidente di HP Christine Martino.
Secondo HP è possibile costruire ogni container, che si comporta a tutti gli effetti come un piccolo data center semovente tarato su esigenze computazionali specifiche, in sole sei settimane.

un containerLa personalizzazione è l'arma che HP dice di voler giocare nel settore relativamente giovane dei container-data center. Un settore che già offre, tra le altre, le soluzioni verdi di IBM, Blackbox di Sun e i cargo marittimi di International Data Security. Persino Google vuole mettere le mani sul malloppo con il suo brevetto registrato di datacenter mobile.

Alfonso Maruccia
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