Giovanni Arata
mercoledì 8 ottobre 2008

Elettronica consumer? Welcome to the Jungle

La fauna, la catena alimentare del mercato, i fattori che definiscono i prezzi. Il consumatore italiano? Un animale che stenta ad adattarsi

Elettronica consumer? Welcome to the JungleMa come funziona, in concreto, il mercato retail dell'elettronica di consumo? Dal punto di vista della spartizione del territorio, come detto, il caposaldo fondamentale resta la segmentazione geografica dei mercati. Le unità centrali delle varie trading company suddividono l'area di riferimento (es: Europa Occidentale, Estremo Oriente etc) in segmenti distinti, generalmente corrispondenti ai singoli paesi o macro-regioni (es: Europa mediterranea, UK, Europa centrale e settentrionale etc); all'interno di queste sotto-aree, poi, ogni filiale nazionale fissa localmente i prezzi di vendita, in ragione della disponibilità a pagare degli utenti e della concorrenza presente. Attraverso i meccanismi di segmentazione, mutuati peraltro dalle stesse catene di distribuzione, viene scongiurato il rischio di competizione tra filiali nazionali diverse, e vengono mantenuti più elevati i margini di profitto complessivi del gruppo.

A fronte di tali caratteristiche, lo si può intuire, i meccanismi di formazione del prezzo non seguono esattamente le regole scritte nei manuali di microeconomia. A confermarlo è lo stesso Guzzi, che dice: "La fissazione dei prezzi per i vari articoli, diversa da paese a paese, non dipende più tanto dai costi di produzione, quanto dal tipo di sollecitazioni/pressioni che arrivano dal mercato. In altre parole, il prezzo finale si trova al punto di equilibrio tra i costi di produzione affrontati e il tasso di competizione/turbolenza del mercato in cui ci si vuole posizionare". Quello che il country manager di Dexxon sta suggerendo è che, dato un prodotto qualsiasi, il suo prezzo finale tende ad essere fortemente oscillante a seconda delle condizioni contestuali: più che le scelte aziendali a monte, quindi, risultano decisivi l'intensità della domanda e il grado di concorrenza esistente per l'offerta del bene.

Da questa regola aurea, poi, derivano una serie di implicazioni pratiche per gli attori del sistema. La prima ha a che vedere con la necessità di andare costantemente alla ricerca di nicchie emergenti. Il perché è facilmente comprensibile: per i prodotti consolidati e di largo consumo (PC, apparecchi tv tradizionali, videocamere) esiste generalmente una concorrenza folta ed agguerrita, per cui i margini di profitto tendono ad essere limitati. Per converso, nei segmenti collegati a prodotti più innovativi (esempi recenti: netbook e tv multi-funzione) la concorrenza è meno numerosa, per cui tendono ad essere più "comodi" i margini per trading company e distributori. Con conseguenze che investono anche gli stessi assetti organizzativi interni delle trading company, come attestato dallo stesso Asci: "La competizione ha obbligato le nostre organizzazioni a diventare più camaleontiche. Fino a qualche anno fa, ad esempio, la mia azienda produceva esclusivamente prodotti IT classici (e quindi PC, notebook, periferiche etc). Oggi, per garantirci un maggiore respiro, stiamo sul mercato con una quantità di prodotti diversi, spesso collocati nelle nicchie meno battute e, conseguentemente, più profittevoli".Una ulteriore conseguenza ha a che vedere con le dimensioni sulle quali si compete. Quello che i nostri informatori ci spiegano, infatti, è che di fronte ad una concorrenza globale sempre più agguerrita, con nuovi attori che spingono verso il basso i prezzi per entrare nel mercato, i marchi tradizionali tendono a spostare la sfera del confronto dalla sola dimensione di prezzo a quella complessiva di "qualità del servizio". "A fare la differenza tra prodotto e prodotto - illustra Asci - è anche l'intensità del marketing": attraverso l'attenzione per dimensioni "soft" come il packaging, l'estensione delle garanzie, le iniziative promozionali, le trading company provano a suggerire al consumatore l'opportunità di acquistare un intero "sistema di valore", e non più solo un prodotto.

Ma le conseguenze più pregnanti sono senz'altro quelle che riguardano le "turbolenze" e gli "effetti-domino" relativi ai livelli dei prezzi. In condizioni stabili, le offerte dei vari player per ogni dato prodotto tendono ad addensarsi intorno al cosiddetto "prezzo di riferimento", che è grossomodo corrispondente al prezzo medio pagato per quell'articolo nel segmento nazionale di riferimento. Tutti collocano la propria offerta nell'intorno di tale importo - chi qualche euro sopra, chi qualche euro sotto - e tutti restano sul mercato. Solo che, spiegano gli addetti ai lavori, spesso il prezzo di riferimento "salta", e allora sono dolori per tutti.

Il meccanismo è semplice: di fronte ad un overstock di magazzino, o alla mancanza di liquidità, o all'esigenza di allargare le proprie quote di mercato, una qualsiasi delle trading company (o dei distributori) decide di abbassare in modo rilevante il prezzo per un dato gadget. A questo punto, spiega Asci, si scatena generalmente un vero e proprio "effetto-domino": "Se, ad esempio, uno qualsiasi dei miei competitori abbassa il prezzo di una TV multifunzione di 25 Euro - argomenta - in pochissimo tempo quello diventa il nuovo prezzo di riferimento, e tutti siamo costretti ad andargli appresso". Anche perché, continua, in quei casi sono le stesse catene di distribuzione a fare pressioni per l'abbassamento generalizzato dei prezzi: l'aumentato livello di vendite per il prodotto ribassato, infatti, si può tradurre in ridotte vendite - e quindi overstock di magazzino - per i prodotti della stessa fascia. E questo, ai distributori, non piace neanche un po'.

Le ragioni che presiedono alla "turbolenza", come detto, possono essere le più diverse: dall'ingresso sul mercato di nuovi competitori, alla necessità di far cassa o ridurre gli stock, fino al desiderio di qualcuno di "bruciare" le quote di mercato dei concorrenti con politiche aggressive. Ma si danno addirittura casi, sostiene Guzzi, in cui gli effetti-domino si attivano quasi per errore: "Alle volte, ai dirigenti delle filiali nazionali vengono richiesti obiettivi di vendite o di fatturato molto poco realistici. I manager sanno che le richieste sono difficilmente attuabili, ma sanno anche che se non raggiungono i risultati potrebbero essere mandati a casa. A fronte di questo accade - è accaduto in passato - che vengano presi da panico da fatturato, e comincino a vendere a condizioni svantaggiose per tutti".

Abbondanza di offerta, ingresso continuo di nuovi competitori, costante rincorsa verso il basso dei prezzi. A giudicare da quanto abbiamo visto fin qua, la "jungla" della consumer electronics sembrerebbe quasi il paradiso dei consumatori. Ma allora, viene da domandare, come è possibile che i differenziali di prezzo tra paesi restino tanto alti ed i cittadini di alcuni paesi - spesso quelli dello Stivale - si trovino a pagare per i gadget tecnologici prezzi considerevolmente più alti rispetto ai loro vicini di casa? Il nodo fondamentale, lo abbiamo sottolineato più volte, è legato alla persistenza delle pratiche di segmentazione nazionale, che consentono di tenere separati e tra loro impermeabili i diversi mercati, scoraggiando o inibendo gli acquisti transfrontalieri. Allo stesso tempo, però, la semplice presenza dei segmenti non è sufficiente a spiegare perché si realizzino proprio in Italia condizioni spesso più svantaggiose per gli utenti.

Il punto, spiegano i nostri stessi informatori, è che accanto ai vincoli dettati dalla segmentazione nazionale ve ne sono altri, collegati non solo alla (proverbiale) furberia italica ma anche alle stesse attitudini dei consumatori. Spiega ad esempio Asci: "Di tutti gli europei, gli italiani sono quelli che attribuiscono più importanza agli aspetti di design e di brand per cui, soprattutto quando l'acquisto è grosso, tendono a fidarsi solo se sopra c'è la marca. Ma di questa situazione, ovviamente, si giovano soprattutto i leader di mercato ed i loro immediati inseguitori, che sui loro prodotti griffati possono spuntare margini più elevati che altrove".

A fronte di consumatori disposti a pagare di più per le marche quindi, i venditori reagiscono tenendo alti (più alti) i prezzi dei prodotti apicali, e con essi a cascata anche tutti gli altri. Ma al di là della predilezione per i grandi brand, spiegano gli addetti ai lavori, il punto generale è che gli italiani tendono ad essere piuttosto tradizionalisti nei loro comportamenti di acquisto: diffidenza nei confronti delle novità - seppur con alcune rimarchevoli eccezioni "telefoniche" - affezione ai cari vecchi negozi fisici, scarsa attitudine agli acquisti online. Questo'ultimo dato, in particolare, ci distanzia in modo significativo dai nostri vicini di casa europei: secondo un recente rapporto di Casaleggio e Associati, mentre in altri paesi oltre il 6% delle transazioni commerciali complessive viene già oggi realizzato in rete, in Italia l'ecommerce continua ad essere frenato da resistenze e ritardi di varia natura.

Insomma, par di capire, anche quando si tratta di tecnologia noi italiani siamo fatti a nostro modo. Ci piace comprare le "cose belle", ci piace comprarle da chi conosciamo bene, mentre ci piace meno affidarci ai nuovi canali digitali. In una parola, siamo tradizionalisti. Peccato che anche nella jungla dell'elettronica consumer, come in molte altre, a restare attaccati alle tradizioni, senza adattarsi, si rischi di uscire dalla foresta con le ossa rotte.

Giovanni Arata
30 Commenti alla Notizia Elettronica consumer? Welcome to the Jungle
Ordina
  • Già.... chissà perchè l'utente italiano non si fida, eh?
    Magari gli è capitato come a me, che compro un G900 da Euronics online, mi confermano disponibilità, accettano l'ordine, si fanno pagare con bonifico anticipato... e dopo una settimana ancora nulla! Telefono, garantiscono che si è sbagliato il magazzino, "un paio di giorni e spediamo".
    Ceerto, dopo 3 giorni mi telefonano per dire che non me lo consegnano più!!!
    E per avere il rimborso altre 2 settimane!!!!
    'Fanculo l'e-commerce e Euronics......
    non+autenticato
  • ma non completo.

    Vorrei esporre tre motivi per cui alcuni prodotti in Italia costano di più rispetto alle altre grandi nazioni europee, esclusivamente dal punto di vista della distribuzione, perchè solo su di essa posso portare la mia esperienza:

    1. In Italia si vende ENORMEMENTE di meno.
    2. Gestire un'azienda in Italia costa di più: sono maggiori le tasse, gli affitti, le spese per l'energia, il commercialista, il consulente del lavoro, le imposte non deducibili, non si può licenziare, arrivano in continuazione cartelle false dallo Stato, sono maggiori le truffe, ecc.
    3. Gli italiani sono meno produttivi nei lavori di routine.

    E' chiaro che le aziende, per sopravvivere, devono marginare di più.

    Detto questo fatevi un giro sui motori di ricerca dei prezzi e troverete spesso che i siti italiani sono i meno cari o che la differenza è veramente minima.

    http://www.trovaprezzi.it/prezzo_processori_e8600....
    http://www.idealo.de/preisvergleich/OffersOfProduc...

    Tenendo presente che in Germania l'iva è di 1 punto percentuale più bassa. Quando si confronta bisogna calcolare sempre le tasse locali, questo è più evidente in USA, dove il prezzo è sempre sorprendentemente basso e poi ci si ritrovano mille sorprese in fattura.

    ---------------------

    Il fatto che i prezzi non derivino esclusivamente dai costi di produzione è un concetto che tanti anni fa turbava anche me, poi con il passare del tempo e con l'abitudine sono arrivato a pensare che se un prodotto è fatto male, per venderlo bisogna andare sottocosto, quindi è giusto che un prodotto fatto bene porti maggiori introiti.

    Ho cercato di essere il più breve possibile.
  • Hai detto:
    "sono arrivato a pensare che se un prodotto è fatto male, per venderlo bisogna andare sottocosto, quindi è giusto che un prodotto fatto bene porti maggiori introiti"

    Su questa frase non sono daccordo parlando di prodotti di elevata tecnologia, quali quelli presi in considerazione dall'articolo: in campo tecnologico un prodotto non può essere fatto male (a parità di funzioni espletate), perchè è necessario comunque che funzioni, ed inoltre i suoi componenti fino al minimo dettaglio provengono dalle stesse poche aziende al mondo superspecializzate di cui parla l'articolo, e vanno ad equipaggiare, a parità di funzioni richieste, indifferentemente prodotti "griffati" e non. Se tu vuoi spendere di più ritenendo che l'oggetto lo meriti a parità di funzioni, sei libero di farti del male.
  • era tanto brutto scrivere Giungla ? Angioletto
    non+autenticato
  • jùn|gla
    s.f., var.
    ⇒giungla.

    "J" è latino
    non+autenticato
  • - Scritto da: elPiotr
    > era tanto brutto scrivere Giungla ? Angioletto

    ed è tanto brutto che abbia scritto Jungla?
    non+autenticato
  • fin quando il metro sarà: "quanto l'hai pagato'"
    molte cose si vendono solo perchè costano di più...
    non+autenticato
  • ...e dato che il modo in cui consumatori agiscono è quello di una massa informe ed eterogenea che può soltanto reagire al variare del comportamento degli altri soggetti, come conclusione direi che è difficile che questo ruolo passivo cambi.

    Assisteremo in futuro probabilmente solo alla crescita delle dimensioni delle aziende, che ricoprono ciascuna delle 3 posizioni del mercato CE descritte nell'articolo.

    resteranno sempre meno aziende, sempre più grandi, eccezion fatta per le realtà ultra-specializzate, e forse qualche piccola realtà distributiva.

    e non so quanto questo sia un bene, perchè l'iter intrapreso è quello verso dei pericolosi oligopoli...
    non+autenticato
CONTINUA A LEGGERE I COMMENTI
Successiva
(pagina 1/2 - 9 discussioni)
 

La soluzione ideale per Security and Video Managed: le innovazioni Cisco.

Comprendere XML

Comprendere XML

Come sempre le tecnologie di maggior successo nascono per risolvere un problema reale. XML è nato come linguaggio universale per l'interscambio dei dati. Tuttavia la sua flessibilità [...]