L'iniziativa di Biasco sta assumendo un'infinità di sfaccettature, si sta ramificando in un grande numero di progetti tutti fondati su un
modello emergente: c'è il
videoblog sulla proprietà intellettuale, ci sono i primi episodi delle
PinGuide e la prima clip dedicata agli
strumenti del Web, si sta lavorando ad un progetto di sensibilizzazione sullo
smaltimento dei rifiuti, ad una guida accessibile a tutti
su Open Street Map e ad un
videocompendio dedicato a Wikipedia per incoraggiare i cittadini della rete e gli aspiranti tali a comprendere lo spirito della collaborazione che anima l'enciclopedia libera e le stesso multiforme progetto di Biasco.
L'entusiasmo non manca, tanto che Biasco sta investendo tempo e risorse in un progetto che vorrebbe
trasformare in un'attività a tempo pieno, che gli permetta di guadagnarsi da vivere. Il progetto è fermentato in un contesto di propositi e di ideali, ma attraversato il velo di teorie che alimentano la cultura libera e aperta, sta impattando con la realtà:
quale modello di business per vivere di contenuti fatti per essere scambiati, per circolare, per rimpinguare il common della cultura?
Biasco confessa di essersi arrovellato a lungo sulla questione, ammette non esserne ancora venuto a capo: racconta a
Punto Informatico di aver meditato su quattro modelli di business che potrebbero sorreggere concretamente il suo lavoro, la sua creatività, i suoi ideali, che potrebbero garantire risorse in grado di far crescere il progetto e di proiettarlo su una dimensione professionale e su larga scala.
Si potrebbe contare su un modello basato sulle
donazioni che vengono dal basso, basato sulla voglia del pubblico di contribuire per continuare a fruire di prodotti che trovano interessanti e capaci di arricchirli: possibile fare affidamento su una fonte di sostentamento irregolare e imprevedibile? Una strada che Biasco intravede come più percorribile è quella delle
sponsorizzazioni: contare su fondi pubblici o privati così come è avvenuto per le prime due PinGuide, sostenute da Italian Linux Society, potrebbe rappresentare una soluzione capace di combaciare anche con gli argomenti affrontati dai video. Ci si potrebbe inoltre ispirare ai primi progetti open avviati in campo musicale e declinare i video anche in prodotti fisici come DVD, che sappiano veicolare un valore aggiunto: senza rinunciare alla possibilità di metterli a disposizione online e con licenze libere, Biasco pensa che potrebbe riversare una serie di guide su un unico
supporto da vendere a un prezzo equo. Ad esempio i LUG potrebbero essere interessati ad acquistarlo per ridistribuirlo o rivenderlo. Una quarta via potrebbe essere quella della
pubblicità: in una delle prime clip prodotte, dedicata ai formati video, fa capolino uno spazio che gli inserzionisti avrebbero potuto riempire. Anche in quel caso si trattava di un amo gettato in rete, di una sperimentazione: avrebbero potuto rispondere ad esempio produttori o rivenditori di materiale video. Non c'è stato alcun contatto. Poco male, rivela Biasco, "preferirei evitare la pubblicità, sarebbe come fare pubblicità su Wikipedia", senza contare che sarebbe necessario fare attenzione al fatto che l'oggetto delle inserzioni non risulti dissonante con gli argomenti presentati con la massima onestà e trasparenza nei video.
Biasco ammette la sua ingenuità, ammette le difficoltà nel creare una catena del valore stabile per i propri prodotti e per i prodotti della comunità del Cantiere. I suoi dubbi si traducono in una sfida: "C'è da riflettere sui modelli di sostenibilità per questi tipi di progetti". Se nell'ambito dell'informatica il modello open ha trovato una sua dimensione, spiega Biasco, al di là delle esperienze dei nomi più noti quali Wu Ming o Nine Inch Nails, sembra ancora da esplorare una strada che possano battere i
professionisti open che operino nel campo dell'arte, della musica, del cinema: "Non ci sono termini di riferimento, chi riuscirà a muoversi lo farà per aprire un nuovo campo". "Come integro socialmente e professionalmente il mio modo di operare basato su apertura e libertà senza che diventi una cosa fine a se stessa?": Biasco crede fermamente nei principi di una cultura libera e accessibile, messa a disposizione della comunità, ma avverte altresì che non ci si deve limitare e irreggimentare nella demagogia. "
Chi paga?" provoca Biasco,
rivolgendo l'interrogativo alla rete: certo, un modello basato sulla libera circolazione della cultura come quello nel quale sta riversando tutte le sue risorse, consente di guadagnare in visibilità. "Ma con la visibilità - commenta caustico il videomaker - non ci puoi comprare il pane": il progetto di Christian Biasco sarà un terreno di prova, un modello funzionale, un modello per sperimentare e capire come trarre di che vivere dalla cultura open.
a cura di Gaia Bottà