Giovanni Arata
venerdì 28 novembre 2008

Ecommerce italiano, universo a due velocità

di Giovanni Arata - Viaggio nel commercio elettronico in Italia, dove si fattura molto molto meno di quanto avviene nei principali paesi europei. Perché? Sono i consumatori che non cliccano o i venditori che non sanno vendere?

Ecommerce italiano, universo a due velocitàPassiamo adesso dall'altra parte del bancone digitale, e proviamo a capire che faccia abbiano i venditori. Guardata da lontano, la platea degli esercenti online sembra molto ampia ed articolata: gli attori che provano a vendere beni e servizi online sono infatti un'infinità, e sono molto diversi tra loro sia per dimensione che per settore merceologico di attività. Tuttavia, ad uno sguardo più ravvicinato appare chiaro che a dominare la scena sono poche grandi realtà. A fare la parte del leone sono in particolare due gruppi: i cosiddetti pure players, aziende nate in rete e che solo in rete operano, e un'"avanguardia" di grandi aziende del mondo offline, tipicamente specializzate in un singolo ramo di attività, che sono sbarcate online per differenziare i canali di vendita.

Esempi della prima tipologia di player sono marchi cari ai navigatori come Expedia.it, Volagratis.com, eBay, Yoox; esempi del secondo sono realtà come Air France, Direct Line e Trenitalia. Pure playerse gruppi tradizionali specializzati monopolizzano le classifiche di fatturato e di vendita: sono loro ad occupare tutte le posizioni della "Top20" delle aziende di maggiore successo stilata dal Politecnico, e sono sempre loro a generare il grosso delle entrate nel settore. Dice a questo proposito il Prof. Perego: "Il 75% del fatturato lo continuano a realizzare i grandi attori, che si sono strutturati e fatti conoscere nel tempo. I piccoli ancora non ci sono, e peraltro oggi incontrerebbero grandi difficoltà ad entrare. La tanto decantata coda lunga esiste sì, ma fino a un certo punto".

Per converso, sono quasi completamente assenti dal panorama del commercio elettronico retaili grandi marchi della distribuzione moderna: supermercati, catene di librerie, gruppi specializzati nell'arredamento o nella vendita di elettrodomestici. In alcuni settori merceologici, addirittura, i marchi tradizionali sono assenti o rappresentati online da una sola realtà: nel comparto alimentare, ad esempio, solo Esselunga ha una proposta di negozio internet strutturato - così come accade nel settore librario con Feltrinelli - ed anche nel settore Consumer Electronics Media World gode di un vantaggio incontrastato sui suoi competitor tradizionali. Nessuna delle "insegne" della distribuzione moderna, d'altra parte, compare nella lista delle 20 aziende più vitali del settore in Italia.
Ma che cosa si vende? Dal punto di vista dei settori merceologici, il comparto più dinamico è senz'altro quello turistico: la vendita di biglietti aerei, le prenotazioni alberghiere e i pacchetti di viaggio vale da sola 3,4 miliardi di Euro, pari al 56% del totale nazionale. Subito dietro troviamo la vendita di elettronica di consumo (9%), le assicurazioni (7%) e la moda (4%). Se però spostiamo il focus dalla divisione per settori, e ci soffermiamo ad osservare il bilanciamento tra vendita di beni e vendita di servizi, troviamo un'altra peculiarità interessante. E tipicamente italiana.

Al di là della prevalenza relativa del comparto "turismo", che segna le quote di fatturato più elevate un po' ovunque, fuori dall'Italia i consumatori vanno online soprattutto per comprare beni fisici: il rapporto tra vendita di beni e vendita di servizi oscilla ovunque tra una ratio 60/40 ed una 70/30. Da noi accade esattamente il contrario: il 70% del fatturato si produce attraverso la vendita di servizi, e solo il 30% attraverso quella dei beni fisici. Con il risultato che, nella già citata Top20 delle aziende più "ricche", troviamo soltanto 2 realtà attive nel ramo prodotti (Yoox, eBay) contro 18 del ramo servizi.

Un discorso a parte merita il comparto della moda, soprattutto di fascia alta (c.d. "fashion"). Qui la spinta è più forte che in tutti gli altri settori legati ai prodotti fisici, grazie soprattutto alla presenza in Italia di una delle più importanti realtà del mondo, Yoox. Il marchio bolognese sta realizzando risultati molto brillanti - sia sul mercato domestico che soprattutto all'estero - e sta "trainando" con la propria crescita quella di tutto il settore. Oltre alla rivendita sul proprio sito dei capi di abbigliamento "Made in Italy", infatti, Yoox ha anche predisposto un servizio di supporto strategico ed operativo (Yoox Services) ai marchi tradizionali che intendono realizzare negozi online propri. Come è accaduto, ad esempio, per Armani Jeans e Diesel.

Se guardiamo alle modalità concrete di funzionamento dei negozi online, troviamo che i modelli prevalenti sono tre. Il primo è quello della multicanalità allargata, fatto proprio da quasi tutti gli operatori tradizionali sbarcati in internet. Così i grandi gruppi assicurativi, o le linee aeree, abituate da tempo a vendere i propri prodotti anche attraverso canali diversi da quello fisico, si sono limitate ad allargare la propria offerta anche ad un canale nuovo. Ci sono poi i negozi online che non vendono direttamente beni o servizi, ma mettono a disposizione del consumatore la propria capacità di individuare e comparare istantaneamente tutte le offerte presenti sul mercato elettronico per una data merce. Facendosi pagare una commissione per le proprie attività di brokering.

Infine i virtual reseller, che Alessandro Perego racconta così a Punto Informatico: "I virtual reseller sono aziende pure player specializzate su singoli settori o prodotti. Creano dei cataloghi online di dimensioni enormi - molto più grandi di quelli che qualsiasi negozio fisico singolo potrebbe avere in qualsiasi momento - e li mettono a disposizione del consumatore, che può istantaneamente ricercare e confrontare le proposte." Il successo di questi rivenditori virtuali, spiega Perego, è legato proprio alla completezza dell'offerta (di prodotti e di informazioni su di esse) proposta. Ma, dato importante, i virtual reseller non hanno mai magazzini propri: "È ovvio che questi attori non possiedono - né potrebbero permettersi - un magazzino proprio. Il loro modello di business si basa invece sull'esistenza di una catena di approvvigionamento anch'essa virtuale, fatta di fornitori in grado di assicurare in tempo reale al reseller i beni o servizi di cui ha bisogno". Il modello in esame è particolarmente diffuso nel settore editoriale (IBS, BOL), in quello consumer electronics (EPrice) ed in quello turistico (Expedia).

Le evidenze esaminate, una volta di più, appaiono incoraggianti. Il sistema costruito intorno ai negozi online italiani, infatti, non solo cresce, ma mostra di tenere il passo "globale" anche a livello di moduli organizzativi e strumenti di vendita. Eppure, e con questo torniamo all'interrogativo di partenza, l'ecommerce italiano appare più arretrato di quello di tutti gli altri paesi avanzati. Come è possibile? Un primo elemento esplicativo, lo abbiamo visto attraverso la testimonianza di Andrea Polo, è legato al ritardo accumulato in partenza: il commercio italiano è semplicemente decollato più tardi rispetto ad altri paesi, ed affronta oggi passaggi di crescita che altri hanno completato già molto tempo fa.

La tesi del "ritardo allo start" è convincente: noi corriamo come gli altri ma, visto che gli altri sono partiti prima, non li prendiamo mai. Allo stesso tempo, però, tale argomento non è sufficiente per rispondere alla domanda di fondo, che semplicemente ne esce traslata: perché siamo partiti in ritardo, vien da chiedersi a questo punto, e perché non riusciamo a colmare almeno parte del gap già accumulato? Inoltre, lo spunto relativo allo "sfasamento temporale" non consente di dar conto delle altre peculiarità descritte sopra, dalla ridotta incidenza dell'export, allo sbilanciamento di vendite a favore dei servizi, fino all'assenza dal panorama delle grandi insegne della distribuzione tradizionale.

Un altro elemento citato da più parti è quello del deficit infrastrutturale, legato ai limiti dei sistemi logistici ed informatici del nostro paese. "I vettori espressi italiani" spiega ad esempio Pieroni "non godono delle stesse credenziali di efficienza dei loro rispettivi colleghi europei, e gli acquisti online trovano ostacolo anche nella più ridotta presenza di connessioni a banda larga rispetto alla media comunitaria".
141 Commenti alla Notizia Ecommerce italiano, universo a due velocità
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  • Penso che una delle ragioni è che le persone non si fidano, io per esempio non comprerò più qualcosa di cui non son certo della reputazione... Meglio comprare in siti come Amazon ecc...

    La mia esperienza è stata quella di comprare qualcosa di nuovo in un negozio di sport che poi si è risultato di seconda mano...
    non+autenticato
  • La mia ragazza ha un e-shop a hong kong, e fanno venditya al dettaglio e ingrosso di parti di ricambio per gadegt elettronici.
    Dopo tanti anni, SPEDISCONO OVUNQUE, TRANNE CHE IN ITALIA!!!
    La stessa poista di hong kong, in ITALIA NON FA ASSICURATE!!!
    Vi rendete conto???
    da noi fottono la posta!!! quasi sempre!!!
    Se si capisce dalla scatola che sono beni spediti, bum, SPARISCE!!!
    non+autenticato
  • - Scritto da: PippoFlash
    ...
    > La stessa poista di hong kong, in ITALIA NON FA
    > ASSICURATE!!!
    > Vi rendete conto???
    ...

    e ti stupisci?

    Chi spedirebbe tranquillo verso un paese dove le poste riescono a metterci più di un mese per recapitare una lettera a neanche 130km di distanza...
  • In un paese dove non esiste una magistratura funzionante e per aver giustizia occorrono anni per non beccare un penny di indennizzo (per non parlare di spese compensate tot court ... che fan si che materialmente non solo non sei risarcito ma ci smeni anche) come si può anche lontanamente che l'e-commerce possa soppiantare il mercato tradizionale ? E' impossibile: l'e-commerce negli USA funziona grazie a class action e risarcimento punitivo e una giustizia veloce. I numeri esistenti sono già un miracolo per lo più dovuto al risparmio conseguibile su beni di marche note dove il produttore stesso di moralità indiscussa fornisce la garanzia, dal momento che quella commerciale non è affatto assicurata. L'unica possibilità sarebbe che la transazione fosse assicurata da compagnia assicurativa straniera (quelle vere intendo) nel merito di difetti, mancata consegna ...; ma siccome nessuna compagnia è tanto fessa da far simili proposte a prezzi ragionevoli in Italia, ecco che costa meno il negozio sotto caso a conti fatti, che sa fa il furbo almeno gli tiri una sassata alla vetrina e perlomeno tocchi l'oggetto che acquisti: almeno sei sicuro che esiste. Per non parlare delle dogane dove non rispondono mai e ti rispedicono la roba all'origine.
    Insomma non è un caso che nei paesi sottosviluppati i mercati siano sempre tanto affollati.
    non+autenticato
  • Quoto in tutto questo intervento...

    http://3my78.blogspot.com/
    non+autenticato
  • - Scritto da: pippo
    > In un paese dove non esiste una magistratura
    > funzionante e per aver giustizia occorrono anni
    > per non beccare un penny di indennizzo (per non
    > parlare di spese compensate tot court ... che fan
    > si che materialmente non solo non sei risarcito
    > ma ci smeni anche) come si può anche lontanamente
    > che l'e-commerce possa soppiantare il mercato
    > tradizionale ? E' impossibile: l'e-commerce negli
    > USA funziona grazie a class action e risarcimento
    > punitivo e una giustizia veloce. I numeri
    > esistenti sono già un miracolo per lo più dovuto
    > al risparmio conseguibile su beni di marche note
    > dove il produttore stesso di moralità indiscussa
    > fornisce la garanzia, dal momento che quella
    > commerciale non è affatto assicurata. L'unica
    > possibilità sarebbe che la transazione fosse
    > assicurata da compagnia assicurativa straniera
    > (quelle vere intendo) nel merito di difetti,
    > mancata consegna ...; ma siccome nessuna
    > compagnia è tanto fessa da far simili proposte a
    > prezzi ragionevoli in Italia, ecco che costa meno
    > il negozio sotto caso a conti fatti, che sa fa il
    > furbo almeno gli tiri una sassata alla vetrina e
    > perlomeno tocchi l'oggetto che acquisti: almeno
    > sei sicuro che esiste. Per non parlare delle
    > dogane dove non rispondono mai e ti rispedicono
    > la roba
    > all'origine.
    > Insomma non è un caso che nei paesi
    > sottosviluppati i mercati siano sempre tanto
    > affollati.

    e questa è la ragione di tanti altri problemi dell'economia italiana!
    non+autenticato
  • ciao,

    articolo molto interessate!
    ne approfitto per paravi di osCommerce, una soluzione open source per il commercio elettronico.
    al link sottostante trovate la presentazione al miopen.it 2008 di osCommerce a cura di osCommerceITalia, comunità di utenti e sviluppatori italiani per osCommerce:

    http://www.slideshare.net/hozone/oscommerceitalia-...

    ulteriori informazioni le trovate sul forum italiano: http://www.oscommerceitalia.com

    e naturalmente sul sito ufficile:
    http://www.oscommerce.com

    saluti a tutti,
    hOZONE
    non+autenticato
  • Sì, certo.

    Infatti l'85% dei player di e-commerce usano una soluzione programmata in casa. Chi usa una soluzione open al massimo vende 100 prodotti che ha in magazzino, al crescere della complessità hai bisogno di strumenti che si adattino al business specifico, o chiudi.

    Saluti
    non+autenticato
  • E' un giochino che non vale un cazzo !
    non+autenticato
  • - Scritto da: hOZONE
    > ciao,
    >
    > articolo molto interessate!
    > ne approfitto per paravi di osCommerce, una
    > soluzione open source per il commercio
    > elettronico.
    > al link sottostante trovate la presentazione al
    > miopen.it 2008 di osCommerce a cura di
    > osCommerceITalia, comunità di utenti e
    > sviluppatori italiani per
    > osCommerce:
    >
    > http://www.slideshare.net/hozone/oscommerceitalia-
    >
    > ulteriori informazioni le trovate sul forum
    > italiano:
    > http://www.oscommerceitalia.com
    >
    > e naturalmente sul sito ufficile:
    > http://www.oscommerce.com
    >
    > saluti a tutti,
    > hOZONE

    questo è uno spot bello e buono

    se l'commerce in italia è fottuto è anche perchè (da statistiche) è il secondo paese al mondo per consumo di open source (consumo, non produzione)

    tutti gli italioti vogliono il sito gratis (non vogliono nemmeno pagare la personalizzazione)

    l'open source ha compromesso la cultura e la dignità del software

    il resto sono chiacchere di illusi e illuminati da un'ideologia da fiaba

    continuate così...
    non+autenticato
  • - Scritto da: simof

    >
    > l'open source ha compromesso la cultura e la
    > dignità del
    > software
    >
    > il resto sono chiacchere di illusi e illuminati
    > da un'ideologia da
    > fiaba
    >
    > continuate così...

    non c'hai capito un cazzo dell'opensource
    ho due conoscenti che lavorano a scilab che è il concorrente opensource di MatLab uno dei più rinomati applicativi di gertione matriciale che costa migliaia di euri
    e guarda caso queste due persone sono persino stipendiate, e pure bene.
    l'open source non significa tutto gratis ma significa che hai gratis l'applicativo ma se non sei capace a farlo funzionare la consulenza ti costa ed è li che sta il ricavo
    chi ha paura dell'opensource è perkè non sa lavorare
    nessuno ti vieta di prendere quell'applicativo opoensource modificarlo secondo le tue esigenze e rivenderlo, a già forse non ne sei capace e quindi ti spaventa
    non+autenticato
  • > non c'hai capito un cazzo dell'opensource
    > ho due conoscenti che lavorano a scilab che è il
    > concorrente opensource di MatLab uno dei più
    > rinomati applicativi di gertione matriciale che
    > costa migliaia di
    > euri
    > e guarda caso queste due persone sono persino
    > stipendiate, e pure
    > bene.

    guarda che secondo me non si riferiva al fatto che non si può guadagnare con l'open, ma più ke altro alla mentalità errata e diffusa che questo ha diffuso negli utenti finali. Cosa vera e indiscutibile. Se 1 programma X è gratis allora anche quell'altro, che è simile lo deve essere (o anche se costa poco deve costare poco anche l'altro).

    > l'open source non significa tutto gratis ma
    > significa che hai gratis l'applicativo ma se non
    > sei capace a farlo funzionare la consulenza ti
    > costa ed è li che sta il
    > ricavo

    e perchè? non puoi pagare, nella giusta cifra, sia l'applicativo che la consulenza?
    io da chi mi dice che va avanti solo come consulenza sull'open diffido molto xkè in realtà è ancora più marcio dentro di chi il software lo vende (nn dico che siano tutti così, ma un buon numero sì)

    > chi ha paura dell'opensource è perkè non sa
    > lavorare
    > nessuno ti vieta di prendere quell'applicativo
    > opoensource modificarlo secondo le tue esigenze e
    > rivenderlo, a già forse non ne sei capace e
    > quindi ti
    > spaventa

    nn è quello il problema... il problema è nella mentalità che diffondi... l'utente finale spesso non capisce la differenza tra un software generalista e un software di nicchia, magari sviluppato ad hoc...
    non+autenticato
  • ma infatti il mio intervento è rivolto alla comprensione di ciò che si intende per opensource ... opensource non significa gratis ... questo er aun appunto che volevo fare
    non+autenticato
  • ma questo è secondario...
    a parte che cmq il software in se' in genere è gratis, in ogni caso non è importante quello che pensi tu o qlke altro.... e nemmeno la realtà dei fatti.
    è importante il messaggio che è passato al consumatore finale... qsto è il problema.
    non+autenticato
  • - Scritto da: simof
    > questo è uno spot bello e buono
    >
    > se l'commerce in italia è fottuto è anche perchè
    > (da statistiche) è il secondo paese al mondo per
    > consumo di open source (consumo, non
    > produzione)
    >
    > tutti gli italioti vogliono il sito gratis (non
    > vogliono nemmeno pagare la
    > personalizzazione)
    >
    > l'open source ha compromesso la cultura e la
    > dignità del
    > software
    >
    > il resto sono chiacchere di illusi e illuminati
    > da un'ideologia da
    > fiaba
    >
    > continuate così...

    Dovresti sostituire "open source" con "gratis".
    Non sempre le 2 cose coincidono. Ma a quanto pare è difficile capirlo.
    Ma d'altra parte... anche tu sei italiano, non ci si può aspettare di meglioOcchiolino
    Uby
    893
  • Bah... se dobbiamo fare pubblicità almeno
    segnaliamone uno più serio:

    http://www.magentocommerce.com

    Se qualcuno ha altre segnalazioni interessanti ben vengano.

    Fan LinuxFan Apple
    non+autenticato
  • spendo due righe sull'aspetto sociale dei negozi.

    Per molte persone anziane, l'andare al negozio/supermercato a fare la spesuccia giornaliera e' quasi l'unica occasione di avere un contatto umano. Tant'e' che non fanno mai scorte settimanali, comprano giusto quello che gli serve quel giorno o poco piu' e - soprattutto - cercano di attaccar bottone con la cassiera: salve, come va, ha cambiato pettinatura... Oppure scambiano due chiacchiere con conoscenti o altri clienti abituali.

    L'alternativa e' passare la giornata alla tv, in attesa della telefonatina periodica di un qualche parente.

    In uno scenario di ecommerce globaletotale, non gli resta nemmeno piu' quello.

    CYA
    non+autenticato
  • In uno scenario di ecommerce totale i vecchi, per attaccare bottone, chatteranno, anzi CHATTEREMO... perchè prima che si verifichi un tale scenario, sempre che si verifichi, faremo comunque tempo noi "GGiovani" a diventare quelli vecchi. Con buona pance dei vecchietti di oggi. =)
    non+autenticato
  • La spesa a casa è antieconomica per il supermercato così com'è strutturata. Non si possono pretendere spese di spedizione alte, devi utilizzare per forza i camioncini refrigerati, devi partire per forza dal supermercato, e ci sono problemi PAZZESCHI per il controllo dello stock. Esempio: rimane UN prodotto sullo scaffale. Uno da internet lo ordina, mentre c'è un cliente che sta facendo la fila alla cassa pronto per pagarlo.

    Esselunga sta perdendo un sacco di soldi col suo pomodoro.

    In Italia non porteranno MAI la spesa a casa senza aumentare i prezzi anche ai clienti normali.
    non+autenticato
  • - Scritto da: Bool
    > La spesa a casa è antieconomica per il
    > supermercato così com'è strutturata. Non si
    > possono pretendere spese di spedizione alte, devi
    > utilizzare per forza i camioncini refrigerati,
    > devi partire per forza dal supermercato, e ci
    > sono problemi PAZZESCHI per il controllo dello
    > stock. Esempio: rimane UN prodotto sullo
    > scaffale. Uno da internet lo ordina, mentre c'è
    > un cliente che sta facendo la fila alla cassa
    > pronto per
    > pagarlo.
    >

    Guarda che li prendono da un altro magazzino fatto apposta per la spesa online.

    > Esselunga sta perdendo un sacco di soldi col suo
    > pomodoro.
    >

    link?

    > In Italia non porteranno MAI la spesa a casa
    > senza aumentare i prezzi anche ai clienti
    > normali.

    Se tutti ordinassero online potrebbero licenziare tutti i dipendenti che si occupano della cassa e sarebbe anche più semplice razionalizzare i trasporti. Anche avere migliaia di persone in giro con la macchina che vanno nei supermarket, arriverebbero dei furgoni che coprono i vari quartieri.
    non+autenticato
  • e i soldi la gente dove li guadagna? se togli cassiere, magazzinieri addetti al banco (ci sono magazzini e affettatrici autom molto efficenti), riduciamo un po la circolazione delle auto , e meno soldi per ind auto, assicurazioni, banche (ci starebbe anche bene ..), venditori auto, meccanici, benzinai, gommisti, carrozzieri, gente che da volantini, e tutti coloro che lavorano per produrre i beni in oggetto

    ok ottimizzare i costi, ma c'e' un limite a tutto
    e' vero che si parla di piccoli punti in percentuale, ma con 60'000'000 di persone solo in italia, anche piccoli ritocchi percentuali possono causare danni enormi

    i soldi da spendere da qualche parte devono saltar fuori
    non+autenticato
  • - Scritto da: ottima idea
    > e i soldi la gente dove li guadagna? se togli
    > cassiere, magazzinieri addetti al banco (ci sono
    > magazzini e affettatrici autom molto efficenti),


    I magazzinieri non li togli per ovvie ragioni, poi se dovessimo ragionare così andremmo ancora con in giro con i cocchieri perché con le auto perderebbero il lavoro.

    Il petrolio sta finendo, le città sono inquinate, razionalizzare i trasporti è la prima cosa da fare.
    non+autenticato
  • >
    > Se tutti ordinassero online potrebbero licenziare
    > tutti i dipendenti che si occupano della cassa e
    > sarebbe anche più semplice razionalizzare i
    > trasporti. Anche avere migliaia di persone in
    > giro con la macchina che vanno nei supermarket,
    > arriverebbero dei furgoni che coprono i vari
    > quartieri.


    certo e poi chi li mantiene quell'altri?
    spero che il lavoro che tu fai venga presto fatto da automi cosi posso licenziare anche te
    non+autenticato
  • - Scritto da: Zago
    > certo e poi chi li mantiene quell'altri?
    > spero che il lavoro che tu fai venga presto fatto
    > da automi cosi posso licenziare anche
    > te

    Grazie per l'augurio, ma l'uomo lavora per fare cose che servono, non perché non si sa come tenerlo occupato e dargli uno stipendio. Come ho detto sopra allora non avremmo creato il business delle auto perché altrimenti i cocchieri perdevano il posto.
    non+autenticato
  • mi sembra verosimile come faccenda, però se uno non vuole diventare hikikomori, può farlo ad esempio facendo volontariato che è più utile.
    non+autenticato
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