Luca Annunziata
mercoledì 14 gennaio 2009

Intel spiega Classmate

Lila Ibrahim, responsabile per il chipmaker di Santa Clara del progetto, racconta a Punto Informatico come si evolverà. Con un occhio a quanto è già accaduto e uno a quanto deve ancora succedere

Il punto, racconta, è che non sempre si parte da situazioni nella quale la tecnologia è già presente in modo massiccio nella società: "All'inizio del 2007, quando questo progetto era agli inizi, ho avuto l'opportunità di compiere un viaggio in Nigeria, uno dei primi paesi dove abbiamo concentrato i nostri sforzi: lì non c'era Internet, non c'erano reti wireless e spesso gli insegnanti non sapevano come utilizzare un computer. In questi casi Intel può mettere a disposizione le tecnologie che sviluppa e di cui dispone, come ad esempio WiMAX, per supplire a queste carenze".

"Intel è disposta a donare quanto ha di più prezioso per un'azienda di questo settore, vale a dire la ricerca e lo sviluppo, per tentare di trasformare e migliorare il sistema scolastico globale" spiega sorridente Ibrahim: "Ed è tutto conseguenza dell'impegno sociale di Intel: dovunque si trovino, gli studenti hanno sempre in comune l'esigenza di imparare. Che si tratti di un paese emergente o di uno come gli Stati Uniti o l'Italia, la nostra azienda può avere la capacità di far arrivare la tecnologia nelle scuole primarie anche dei paesi più industrializzati".

"Quello che non cambia - prosegue ancora - è l'entusiasmo che i bambini francesi, australiani o nigeriani dimostrano per queste iniziative. E il nostro è in realtà un investimento che verrà ripagato tra 10 o 15 anni, quando gli studenti di oggi porteranno a compimento il loro ciclo di studi: sarà allora che questi sforzi mostreranno davvero la loro portata, è un investimento fatto oggi per amplificare la competitività di questi giovani sul mercato del futuro e per il loro paese".I risultati, a quanto dice, sono già sotto gli occhi di tutti: "Un mese fa ero in Messico, a un'ora da Mexico City: una prima partita di Classmate era stata consegnata solo una settimana prima per un programma sperimentale, ma quando siamo entrati nella classe che aveva ricevuto i PC i ragazzi ci hanno ignorato. Erano talmente concentrati e focalizzati sull'apprendimento che non ci hanno neppure notato: e quando ho chiesto ad uno di loro se potevo dare un'occhiata al suo computer mi ha risposto di no, e che ci avrebbe potuto pensare solo se gli avessi promesso di restituirglielo".

E lo stesso, spiega Ibrahim, succede in Nigeria dove gli studenti scrivono email all'insegnante spiegandogli che non vedono l'ora che le vacanze finiscano per tornare a scuola. In Messico, dove uno degli studenti ha portato il suo PC a casa e ha aiutato i suoi genitori a mettere in piedi un inventario elettronico del piccolo negozio che gestiscono. E lo stesso succede in India, dove i ragazzi sfruttano le doti del loro netbook per comunicare agli agricoltori qual è il prezzo giusto per il loro raccolto e se ci sono perturbazioni che rischiano di danneggiarlo in arrivo: "I ragazzi vanno a scuola, ricevono l'educazione adeguata e poi tornano a casa e coinvolgono i propri parenti nelle loro esperienze".

Esperienze che si vanno a sommare con quelle tradizionali che vengono dai libri: "Possono documentarmi sulla meteorologia e i tornado - racconta Ibrahim - E poi posso andare su Internet e guardare dei video o interagire con delle animazioni sviluppate per l'apprendimento". Che poi i libri arrivino nella forma cartacea o digitale è un problema secondario, ma che comunque non va sottovalutato: "Ci sono molti editori che vengono da noi a chiedere consiglio su come mettere a disposizione del pubblico i propri contenuti in formato digitale, anche per evitare ad uno studente di portarsi sulle spalle il peso di una mezza dozzina di ingombranti volumi". Sono problematiche sulle quali si sta lavorando, ma per le quali "non c'è ancora una soluzione unica".

Non si può sottovalutare, inoltre, il ruolo che un computer è in grado di svolgere per amplificare i meccanismi di comunicazione messi a disposizione di un giovane studente: "Lo scopo è quello di far sentire i ragazzi rafforzati da questi strumenti - conclude Ibrahim - di offrire anche ai più timidi la possibilità di attingere ad un bacino di conoscenze più ampio per soddisfare le loro curiosità". Allo stesso tempo, però, "devono essere in grado di comunicare quanto apprendono agli altri, sempre inseriti in un contesto di comunicazione poliedrico in cui i confini nazionali perdono gradualmente di importanza, a favore di una più libera circolazione della conoscenza che produce benefici investimenti".

Luca Annunziata

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