I provider paghino per il file-sharing

I provider paghino per il file-sharing

Questa la nuova tesi di Hilary Rosen, infaticabile nocchiero della RIAA, secondo cui i danni provocati dai pirati devono essere pagati dai loro provider. La voglia di banda larga è dovuta solo al p2p. Critica Tiscali
Questa la nuova tesi di Hilary Rosen, infaticabile nocchiero della RIAA, secondo cui i danni provocati dai pirati devono essere pagati dai loro provider. La voglia di banda larga è dovuta solo al p2p. Critica Tiscali


Roma – “Chiederemo ai provider di risponderne maggiormente. Guardiamo ai fatti così come stanno: lo sanno bene anche loro che se c’è una forte domanda di banda larga è solo perché c’è disponibilità diffusa di sistemi di file-sharing”. Questa l’ultima tesi di Hilary Rosen, chairman e CEO della temutissima RIAA , quell’associazione di industrie discografiche che si trova dietro tutte le maggiori iniziative legali contro i software dedicati alla condivisione di file su internet.

I provider consentono ai propri clienti di accedere a network dedicati allo scambio di musica? Allora paghino. Secondo RIAA la fonte dei problemi che peserebbero sull’industria discografica con la diffusione del file-sharing prima ancora degli utenti sono i provider.

Intervenendo alla conferenza sulla musica Midem a Cannes, in Francia, Hilary Rosen ha spiegato che esiste una relazione statistica tra l’aumento dell’uso di banda larga e l’aumento dei sistemi di condivisione dei file. L’idea è che si dovrebbe imporre un pagamento ai provider per l’accesso che danno a questi servizi, un pagamento che poi i provider potrebbero far ricadere su quei loro clienti che utilizzano i sistemi di condivisione dei file.

Uno scenario, quello disegnato da Rosen, che ancora una volta sembra fare a botte con la natura stessa della rete e del mercato internet. Tanto che Mario Mariani, Senior Vice President Media & Access di Tiscali, già intervenuto sulla questione KaZaa , ha criticato la proposta RIAA definendola semplicemente irrealistica, perché non può essere concretizzata. “Il p2p – ha affermato Mariani – non può essere combattuto. In un certo network può girare tra il 30 e il 60 per cento di traffico p2p. Sul piano tecnico non si può controllare un tale traffico”.

Al di là della questione tecnica e fermandosi agli aspetti più eclatanti della proposta di Rosen, a preoccupare è naturalmente il grave impatto che una soluzione simile, qualora fosse davvero adottata, avrebbe sul mercato e sui costi della connettività. Non solo, gli strumenti necessari ai provider per far fronte alle richieste imporrebbero investimenti addizionali per le imprese della connettività e nuove invasioni della privacy e della riservatezza delle proprie navigazioni per gli utenti.

Perplessità suscita anche la considerazione secondo cui il file-sharing attraverso i sistemi peer-to-peer sarebbe il motore della banda larga. Una dichiarazione aggressiva che non sembra tenere conto degli enormi investimenti in infrastrutture multimediali, in termini sia hardware che software, che stanno compiendo molti dei maggiori player dell’industria dell’hi-tech, spesso con la collaborazione diretta proprio dei produttori di contenuti.

Va da sé, infine, che le parole di Rosen potrebbero presto tradursi in concreta attività di lobby e pressione al Congresso americano, fucina di normative spesso preoccupanti, in questi ultimi mesi, che vengono sempre più frequentemente riprese con poche varianti anche all’estero.

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Pubblicato il
20 gen 2003
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