Luca Annunziata

Quando i contenuti incontrano Internet

Il cinema via streaming, la musica via smartphone. Chi detiene i diritti o gestisce la distribuzione dei contenuti guarda ad Internet come il veicolo del successo del futuro

Roma - Che si tratti di canzoni o di lungometraggi, tutti guardano alla Rete. In pochi anni, anche soltanto un paio, è attraverso i nuovi media e nuovi modelli di business che i detentori dei diritti e i protagonisti della distribuzione puntano a macinare più profitti di quanti non ne abbiano fatti fino ad oggi. Perché, che ci si creda o meno, Internet sta diventando davvero quello che in molti avevano sempre sognato che fosse: un veicolo ideale per qualsiasi contenuto multimediale.

Accade dunque che il CEO di Netflix, azienda che ha riscosso un buon successo negli USA grazie al noleggio dei DVD, si spinga ad annunciare che entro l'anno prossimo la parte più grossa del suo business potrebbe diventare lo streaming. Quello stesso streaming che in molti hanno provato a sfruttare - Apple compresa, tentando di replicare il successo di iTunes - ma che a quanto pare l'azienda statunitense potrebbe essere la prima a trasformare in un business redditizio. Presto, prestissimo: praticamente l'anno prossimo.

"Abbiamo un solo obiettivo, che è quello di avere successo con lo streaming" ha spiegato un fiducioso Reed Hastings, colui che appunto guida Netflix, alla stampa d'oltreoceano: se oggi il sistema di sottoscrizione dei piani di noleggio prevede in ogni caso l'arrivo via posta tradizionale di non meno di tre DVD al mese, da restituire una volta visionati, entro l'anno prossimo ci potrebbero essere delle offerte dedicate esclusivamente a chi fosse interessato soltanto allo streaming.
Il programma avviato alcuni mesi addietro, che combina l'offerta fisica tradizionale sui supporti ottici con la visione online, sarebbe insomma servito solo a creare una base di utenti utile a contrattare con le major: nel frattempo i titoli a disposizione in Rete sono passati da mille a oltre 10mila (contro i 70mila disponibili in DVD), ora il software Netflix per lo streaming funziona sia su Mac OSX che su Windows, e ci sono sempre più dispositivi - dal TiVo alla Xbox 360 - che già oggi consentono di "guardare immediatamente" (watch instantly) il titolo prescelto direttamente sullo schermo del computer o sulla TV di casa.

I tempi insomma potrebbero essere maturi per il grande salto: anche le vendite di un prodotto come Apple TV (a quando Netflix ufficialmente anche su questo apparecchio?) possono testimoniare l'interesse dei consumatori per questo tipo di offerta. Ma non è solo di cinema che si parla: sul piatto c'è ovviamente anche la musica, che non vede l'ora di spiccare definitivamente il balzo e abbandonare i vetusti CD in favore di nuovi modelli di business e nuove forme di accesso ai contenuti.

Qualche ipotesi su come potrebbe andare in questo caso la formula Terry McBride, CEO di Nettwerk (una casa discografica canadese che vanta in catalogo nomi come Avril Lavigne o Sarah McLachlan): in un discorso tenuto dinanzi agli studenti del Berklee College of Music, McBride ha pronosticato una rivoluzione per la distribuzione musicale simile a quella avvenuta con la nascita dell'iPod. Solo che, in questo caso, al centro di tutto non ci sarà un lettore musicale ma un cellulare: più precisamente, uno smartphone.

I telefonini evoluti stanno gradualmente facendo strage di cuori tra i consumatori: è una tendenza che va consolidandosi, almeno nel mondo occidentale, e dunque l'abbondanza di questi terminali ultra-performanti e collegati ad Internet in mobilità e ad alta velocità, spinge McBride a ipotizzare l'affermarsi di una sorta di flat a noleggio, abbonamenti a dei canali radio attraverso i quali ascoltare i brani dei propri artisti preferiti. Qualcosa di simile già esiste, un servizio del genere lo offre Slacker per 4 dollari al mese sugli smartphone RIM (Blackberry) e Apple (iPhone).

Secondo McBride, sarà questo il modello di distribuzione del futuro: nessuno possederà la sua musica, bensì l'ascolterà in streaming (o pseudo tale, grazie ad una generosa cache già oggi scaricabile sui Blackberry) per una modica cifra mensile. Ma non si tratta, in ogni caso, dell'unico esperimento in corso: anche iTunes prova qualcosa di nuovo, grazie ad un recente accordo raggiunto con EMI a proposito dell'ultimo album dei Depeche Mode. Per acquistarlo, in luogo del solito click per infilarlo nel carrello si potrà anche optare per un "Pass", un lasciapassare che offre ben più della solita decina di tracce.

"Con iTunes Pass - si legge nel comunicato che presenta le novità - i fan della musica possono avere accesso a nuovi ed esclusivi singoli, remix, video e altri contenuti dei loro artisti preferiti per un certo periodo di tempo". In pratica per poco meno di 19 dollari (qualche centesimo meno di 15 euro), i fan dei Depeche Mode che non vedono l'ora di scaricare il nuovo "Sounds of the Universe" potranno nel frattempo deliziarsi con il singolo che anticipa l'uscita, "Wrong", nonché con un remix dub di una traccia dell'album. Inoltre, video e altri bonus saranno a disposizione per il download nelle prossime settimane (15 per l'esattezza), fino all'uscita del disco che potrà essere scaricato il giorno stesso del suo rilascio.

Al momento, quello dei Depeche Mode è l'unico Pass di cui si abbia notizia.

Luca Annunziata
5 Commenti alla Notizia Quando i contenuti incontrano Internet
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  • Voglio Arte, non meri riempitivi per qualche dispositivo tecnologico.
    Se già chi produce ne da una definizione tanto degradante, vuol proprio dire che producono quasi solo spazzatura.
    Funz
    12988
  • prova ne e' che tutti i grandi giornali stanno
    licenziando o chiudendo proprio perche'
    l'advertising web non paga manco un decimo
    di quello cartaceo.

    illudersi che il web sia il futuro a livello
    business e' pura utopia, chiunque lavori nel
    settore ne e' ben conscio :

    Digg, Youtube, Facebook, Bebo, Twitter, sono
    tutti in perdita secca, sopravvivono grazie
    alle infusioni dei VC ma entro 2-3 anni i
    nodi arrivano al pettine.

    su 100$ che incassa facebook ne spende 105
    per pagare i costi, ecco il web 2.0 di cui
    tutti si riempiono la bocca !

    youtube, google maps, google images, froogle,
    sono praticamente operazioni no-profit,
    nessuno ha ancora inventato un modo per
    far soldi con le mappe in javascript.

    i pietosi tentativi di youtube di fare
    embedding con i video si sono rivelati
    disastrosi infatti han tolto pure
    i video ads da Adsense !

    l'idea ora e' di far pagare per i films
    in streaming ... vedremo vedremo e rideremo...
    non+autenticato
  • Non riesco ad essere d'accordo neanche con una parola di quello che hai detto...
    Se fosse come dici tu tutte le aziende che hai citato avrebbero chiuso il giorno dopo la loro apertura!Sorride

    Secondo me quello che dici non ha senso... alcuno!
    non+autenticato
  • Ora non conosco la situazione economica di nessuna di quelle aziende ... ma non trovo surreale il ragionamento ... chi si ricorda parmalat? E dire che tutti pensavamo fosse un colosso italianoA bocca aperta per non citare tutti i fallimenti di banche & co. che sembravano intoccabili ... è la cultura del debito, dei mutui e delle rate che ci fa ragionare malePerplesso
    non+autenticato
  • nel caso nostro invece e' la cultura del marketing.
    Pura fuffa ma alimentando se stessa, sostiene anche cose reali.
    Roba come Digg, Youtube, Facebook, Bebo, Twitter senza pompamenti di marketing con gli steroidi non esisterebbero (non certo nelal forma odierna). Per molti big internet deve essere la TV v2.0. Senza di loro probabilmente non avremmo google (ma ci sarebbe altavista) ma non avremmo neanche quintalate di m*rda, a partire dallo spam & malware russo e cinese ,prodotto solo nell ottica di accumulare profili, dati, cc e armi di ricatto verso i brand, per scendere allo cybersquatting & co.
    non+autenticato