Uno dei punti che mi ha maggiormente colpito durante i lavori del convegno, e nelle chiacchiere con i relatori prima e dopo, è stata la lucidità che chi si occupa di questo settore ha nell'analizzare uno dei principali freni allo sviluppo economico dell'Italia:
l'ammodernamento di cui necessita la pubblica amministrazione. Sarà l'aria del nord-est, eppure alcuni dei relatori venivano da sotto la cintura padana come il sottoscritto, ma tutti avevano le idee chiare sugli strumenti che ci sono oggi a disposizione, sulle risorse umane ed economiche in gioco, e su quello che si può e non si può fare per tentare di migliorare la situazione.
Non è un caso se la Regione Veneto ha varato
una legge dal titolo
Norme in materia di pluralismo informatico, diffusione del riuso e adozione di formati per documenti digitali aperti e standard nella società dell'informazione del Veneto: una regione che ha davanti a sé sfide importanti sul piano infrastrutturale, che ha davanti a sé una stagnazione economica dovuta in parte alla crisi mondiale e in parte alla concorrenza spietata che viene da est, cerca di dotarsi degli strumenti necessari per
fare fronte a spese che devono essere tagliate e obiettivi che impongono sacrifici.
Quello di cui si parla sempre in TV e sui giornali, vale a dire la semplificazione dei procedimenti burocratici per migliorare la competitività, passa anche da qui: c'è bisogno di fare di più, in modo più semplice e con fondi che non sono infiniti, e quindi una regione si pone il problema e cerca una soluzione.
Il riuso delle soluzioni già sviluppate, l'adozione del software open source nella PA sembrano fare al caso: dunque si mette nero su bianco in una legge regionale che "Al fine di favorire la partecipazione alla vita democratica e la fruibilità dei servizi pubblici" e per "la razionalizzazione della spesa pubblica e in considerazione delle positive ricadute sulla concorrenza e la trasparenza del mercato" opta per "la diffusione di formati aperti" e "l'uso di software libero".
Anche in questo caso, comunque, occorre fare delle precisazioni. La legge dice "predilige" il software libero, non ne fa un requisito: si tratta di mantenere un approccio laico, come già detto, lo stesso che lo studio del TeDIS ha dimostrato ripagare maggiormente gli sforzi delle aziende coinvolte. L'OSS è uno strumento che si può usare per fare innovazione e per far crescere il tessuto economico locale, grazie anche all'utilizzo del capitale umano che cresce nelle università locali, ma
le aziende e la PA devono sempre scegliere la soluzione che più si confà alle loro necessità, senza pregiudizi di sorta.
Com'è stato ribadito nel corso del convegno, il vecchio concetto di commerciale che si presenta con una tabella con i costi di licenza per postazione per il suo software è destinato a scomparire:
il modello dei software più servizi si sta imponendo, tra gli altri lo applicano (almeno in parte) giganti come Microsoft, SUN e SAP. Di spazio per crescere in questa direzione ce n'è molto, anche per le aziende italiane purché si muovano subito. Di spazio per risparmiare, per le pubbliche amministrazioni che tengano conto dell'interoperabilità e del riuso, ce n'è altrettanto.
In Veneto sembrerebbe che l'abbiano compreso tutti, sia dentro le istituzioni che fuori, nelle imprese: occorre ora stabilire se lo stesso sia accaduto anche altrove in Italia o se, come già successo altre volte in passato, ci si troverà davanti a poche eccellenze e casi meno sfortunati di cui discutere, da mettere a confronto. Da sviscerare mentre il resto del mondo andrà avanti, e
il divario tra le economie delle altre nazioni e quella italiana si sarà fatto ancora più marcato.
Luca Annunziata