Luca Annunziata

Se giornalismo è un coro di cinguettii

Sarà la moda del momento, ma accanto a trovate (poco) originali si vedono fiorire autentici esempi di nuove forme di reportage provenienti dalle zone calde del pianeta. Al centro di tutto c'è Twitter

Roma - In Madagascar, lo stato-isola che galleggia nell'Oceano Indiano a est dell'Africa, è in corso un colpo di stato. L'esercito fronteggia gli uomini fedeli al presidente eletto, l'imprenditore Marc Ravalomanana, e sulla sorte di quest'ultimo non è ancora stata fatta chiarezza: la situazione è volta al peggio dopo una costante escalation di violenze partite lo scorso gennaio, che fino ad oggi hanno causato decine di morti. A raccontare tutto, o comunque molto, di un evento per lo più trascurato dai media mainstream ci sta pensando Twitter: e il microblogging si integra con il blog tradizionale per giungere ad un pubblico ancora più vasto.

Lova Rakotomalala è un ricercatore 31enne originario del Madagascar, trasferitosi da qualche anno negli Stati Uniti: venuto a conoscenza dello svilupparsi degli eventi nella sua isola natale, ha iniziato a interessarsene e a tentare di ricostruire con la migliore approssimazione possibile quanto stesse succedendo. Per farlo, ha iniziato a ricercare e confrontare account Twitter (sempre di più in tutto il mondo) e blog redatti da testimoni oculari di quanto sta accadendo: traducendoli dal francese e dalla lingua locale, incrociandoli e usandoli per verificare le notizie, ha iniziato a redigere una serie di report regolari sulla situazione e sulla sua evoluzione.

In questo modo per Rakotomalala è diventato possibile raccontare gli scontri di piazza, avvenuti negli scorsi giorni, praticamente in diretta: le parole pronunciate nei discorsi del leader degli oppositori Andry Rajoelina, sindaco della capitale Antatanarivo, gli spari dei militari sulla folla, le foto dei cadaveri delle vittime degli scontri di piazza. Il ricercatore ha svolto in un certo senso il ruolo di aggregatore, selezionando i contributi e vagliandone il valore e quindi sintetizzandoli nei propri articoli.
In questo senso, il microblogging e il blogging dimostrano ancora una volta il proprio valore ai fini giornalistici: usati al meglio delle loro capacità, consentono di riportare ad un pubblico ampio e in tempo reale le informazioni fornite dai testimoni oculari di un fatto, nella migliore delle ipotesi anche verificandole incrociando diverse fonti e corredando il tutto con fotografie e video. Esistono anche alternative meno di frontiera, come la possibilità di effettuare interviste (anche prestigiose) con botta e risposta comprese in 140 caratteri: un'idea neppure tanto originale, con tutti i limiti del caso tipici della comunicazione scritta e non verbale.

Infine, può esistere anche un limite che Twitter e il giornalismo fatto dal comune blogger/cittadino/netizen non può valicare: una barriera invisibile legata alle consuetudini e alle leggi del mondo reale, che ha usi e costumi diversi dal cyberspazio, e che non sono ancora cambiate (e forse non lo saranno mai) per cercare un compromesso con la netiquette. L'esempio lampante è quanto sta accadendo negli USA, con un processo che ha portato a una sentenza di risarcimento da 12 milioni di dollari messa in discussione a causa delle cinguettate di uno dei giurati: quest'ultimo sostiene di aver parlato solo a sentenza depositata, il team di legali di chi ha perduto la causa mette in dubbio la correttezza formale dell'intero procedimento.

Probabilmente occorreranno i log del servizio di messaggistica per dirimere la questione: in attesa che, probabilmente, la prossima volta i regolamenti del tribunale vengano aggiornati per contemplare le nuove forme di comunicazione, personale e collettiva, che Internet sta imponendo all'attenzione e nelle abitudini dei navigatori.

Luca Annunziata
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