Gaia Bottà

Germania, RapidShare sarà un setaccio

Un tribunale tedesco impone al servizio di hosting di assumersi la responsabilità per l'operato dei propri utenti. I controlli dovranno essere più serrati, i filtri dovranno filtrare di più

Roma - RapidShare dovrà vigilare sui contenuti che ospita, dovrà verificare il contenuto di ogni upload, dovrà garantire che il materiale caricato dagli utenti non sia coperto dal diritto d'autore. Il servizio di hosting è stato raggiunto dall'ordinanza di un giudice di Amburgo: dovrà provvedere alla rimozione del materiale che viola il diritto d'autore e dovrà evitare che torni ad essere caricato.

La notifica emessa dal tribunale è l'ultimo atto di un contenzioso che si trascina da mesi. La collecting society GEMA, il corrispettivo tedesco di SIAE, aveva denunciato RapidShare nel 2007: il servizio di hosting, sosteneva GEMA, si sarebbe reso complice delle violazioni del diritto d'autore mettendo a disposizione, anche dietro pagamento, dello spazio di archiviazione per facilitare lo scambio di contenuti tra gli utenti. Poco importa a GEMA che la piattaforma agisca da mero fornitore di un servizio di cui gli utenti possono approfittare per gli scopi più diversi: RapidShare fa parte di quegli strumenti imbracciati sempre più spesso dai cittadini della rete come valida alternativa al P2P, gli utenti vi caricano del materiale protetto dal diritto d'autore. Tanto basta per chiamare in causa il servizio e mobilitare l'autorità giudiziaria.

A RapidShare non è bastato ricordare che la responsabilità dell'upload ricade sulle spalle degli utenti, non è bastato assicurare la rimozione dei contenuti su segnalazione reclutando uno staff che si occupi di verificare la validità delle segnalazioni pervenute, né è bastato introdurre un sistema di hashing che consentisse di identificare i file già rimossi e di non permettere che rimbalzino sui propri server. Già nello scorso mese di ottobre il tribunale di Amburgo si era pronunciato riguardo alla vicenda e aveva prescritto a RapidShare il controllo preventivo e il tracciamento degli utenti: la piattaforma avrebbe dovuto ampliare lo staff di vigilantes, avrebbe dovuto monitorare gli indirizzi IP degli utenti e allontanare coloro che si dimostrassero recidivi nel caricamento di file in violazione del diritto d'autore.
La piattaforma si era opposta alla decisione del tribunale: impossibile operare un controllo estensivo sui contenuti caricati, ingiusto radiare gli utenti sulla base di indirizzi IP che non identificano una responsabilità personale, inaccettabile calpestare la privacy dei cittadini della rete. Le rassicurazioni e la levata di scudi del servizio di hosting non hanno sortito l'effetto sperato: i cittadini della rete hanno iniziato a nutrire sospetti del fatto che RapidShare avesse iniziato a collaborare con l'industria dei contenuti, l'ordinanza emessa ora dal tribunale sbaraglia i propositi della piattaforma.

I filtri dovranno avere maglie più strette, lo staff di RapidShare dovrà farsi più occhiuto. In gioco ci sono 5mila brani musicali, il cui valore è stato stimato in 24 milioni di euro: i diritti appartengono agli artisti rappresentati da GEMA e queste opere non dovranno più essere condivise dai cittadini della rete con la mediazione del servizio di hosting. "Una pietra miliare nella lotta di GEMA contro l'utilizzo illegale delle opere musicali su Internet": così i vertici di GEMA hanno definito la decisione del tribunale. La collecting society non dovrà più ispezionare il materiale condiviso, sarà responsabilità di RapidShare operare controlli e garantire l'irreprensibilità dei propri utenti.

Ma Bobby Chang, COO del servizio di hosting, non sembra concordare: l'appello sarebbe dietro l'angolo e le richieste dell'autorità giudiziaria potrebbero essere ridimensionate. L'industria, suggerisce inoltre Chang, dovrebbe agire con più lungimiranza: dovrebbe ritagliarsi dei modelli di business che sappiano rispondere alle esigenze della platee. Ma i detentori dei diritti sembrano premere anche su altri fronti: le richieste di annoverare RapidShare fra le liste dei siti proibiti fioccano.

Gaia Bottà
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