Gabriele Niola

WebTheatre/ Brillano le star?

di Gabriele Niola - Le celebrità si mettono in mostra in rete. Lo scopo è la promozione: di servizi, di se stesse. Ma non tutti si impegnano allo stesso modo

Roma - Un modo per riconoscere un business che funziona è considerare quanto e quali grossi nomi desiderano prendervi parte. Questa massima è valida sia per le grandi imprese come per l'industria culturale. Il fatto che sempre di più attori importanti cerchino uno spazio nelle serie per la rete non indica che ci sono porte che si chiudono ad Hollywood ma anzi che esistono nuove vie per veicolare la propria immagine che guadagnano di importanza.

L'abbiamo già visto accadere con le serie tv. Da sempre i talenti migliori messi in luce da un prodotto televisivo potevano aspirare ad un posto ad Hollywood (solo negli ultimi anni è stato il caso di Will Smith o George Clooney), negli ultimi anni però i rapporti di forza hanno cominciato a cambiare perché la qualità e quindi la risonanza delle serie televisive ha subito una vorticosa impennata e i nomi più grandi fanno i salti mortali non tanto per fare piccole parti ma per essere proprio i protagonisti assoluti.
Ora questo comincia ad accadere, molto lentamente, anche per le produzioni per la rete.

Indirizzati più che altro a serie di alto profilo che possono contare su budget consistenti, sponsorizzazioni forti e certe garanzie di distribuzione (quindi non proprio i prodotti para-UGC) attori, registi e scrittori del cinema lentamente muovono i primi timidi passi in la rete. Gli esempi sono stati molteplici: Rosario Dawson in Gemini Division, Lisa Kudrow con l'interessante WebTherapy( di cui si parlò a suo tempo), Hilary Duff in The Chase, Sarah Silverman in The Shaman, Will Ferrel con il suo canale autogestito FunnyOrDie.com e infine anche lo stesso Joss Whedon (la grande mano dietro Dr. Horrible) viene da prodotti di serie A ad Hollywood.
Oggi quello che succede però è che più che sperimentare le celebrità intendono la rete come un veicolo pubblicitario sia in sé, come mezzo per fare una comunicazione alternativa di un brand, sia per sé, come pubblicità della propria immagine. Proprio per questo probabilmente il loro impegno, con le dovute eccezioni, è quasi pari a zero.
marion cotillard diorDue serie lanciate recentemente rendono bene l'idea. La prima è Lady Noire, prodotto Dior che ha come protagonista Marion Cotillard, star abbastanza lanciata premiata con l'oscar per La Vie En Rose e protagonista di Nemico Pubblico il prossimo film di Michael Mann. Più che di una serie si tratta di video realizzati con in mente una fruizione in rete, prodotti raffinatissimi girati non solo con dispendio economico ma anche con cognizione di causa da Olivier Dahan (regista di cinema, che già aveva lavorato con Marion Cotillard), che però sono soffocati dalla commissione. In sostanza si tratta di una riproposizione di quei minifilm (chissà perchè chiamarli così poi...) con Clive Owen per la BMW o quelli con Uma Thurman per la Pirelli, una sorta di fusione tra lo spot puro e la webserie. Le case produttrici commissionano un video di altissima qualità (e la scelta di cast e regista rientrano in questa logica) per mettere in mostra i loro prodotti.

Fare dei lunghi spot però non è la sola modalità possibile, e Lady Noire sbaglia perché non può creare affezione. Non c'è un player degno di questo nome, non ci sono indicazioni sulla lunghezza degli episodi né su quanti saranno, infine sono visibili solo sul sito e nemmeno embeddabili (di YouTube non parliamone nemmeno). Al contrario esistono sistemi decisamente più intelligenti di veicolare se stessi, basta guardare a WebTherapy, prodotto interamente finanziato da Lexus, ma anche a Easy to assemble, serie per la rete prodotta da Ikea e interamente ambientata in un suo punto vendita che però mette in campo diverse idee. La protagonista è Illeanna Douglas (nome poco noto ma volto notissimo specie i molti film scorsesiani cui ha partecipato ad inizio anni '90) nel ruolo di se stessa e il tono è proprio quello delle migliori commedie per la rete.

marion cotillard diorNasce dunque proprio come spin off di Easy to assemble l'altra webserie che illustra bene il rapporto tra celebrità hollywoodiane e serie per la rete. Si chiama Spärhusen ed è partita la settimana scorsa. Racconta con lo stile finto-documentaristico che va molto di moda al cinema la storia di un gruppo musicale finlandese, a fare loro da manager un Keanu Reeves nascosto dietro occhiali e parrucca ma con il nome ben in vista nella pubblicità.
Se in Easy to assemble i prodotti Ikea avevano una centralità indiscutibile, in Spärhusen invece i mobili non trovano alcun posto e la commissione diventa invisibile (l'unico legame apparente è dato dalla reciproca pubblicità che si fanno le due serie). Il successo di Easy to assemble (arrivato intanto alla seconda stagione) ha convinto la grande catena di mobili a fare qualcosa di un po' più audace senza contare in una promozione diretta. Per l'occasione è anche stata scelta una partnership con un sito esterno che distribuisce gli episodi, MyDamnChannel. Keanu Reeves intanto cerca di godere di riflesso dell'immagine dinamica, giovane e alternativa che un simile lavoro può dare senza profondere il minimo impegno. Questa è la differenza tra le grandi star e chi come Illeana Douglas, Felicia Day, Neil Patrick Harris e Nathan Fillion lavorano davvero sulle serie per la rete come se fossero una qualsiasi altra produzione.

Spärhusen - EPISODIO 1


EASY TO ASSEMBLE - EPISODIO 8


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Il blog di G.N.

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