Giorgio Pontico

Una campagna per il dominio.it

La desinenza nazionale necessita di sostegno. E il CNR vuole approfittarne per promuovere Registro e cultura nostrana. Allo Stato, invece, il compito di combattere il digital divide

Roma - Sostenere l'appeal del .it per sostenere il made in italy. Dopo aver snellito le procedure di registrazione dei domini internet italiani, il CNR ha programmato una campagna pubblicitaria da due milioni di euro volta ad aumentare la consapevolezza tra gli utenti del Belpaese circa l'importanza del dominio nazionale e dell'esistenza di Registro.it, ossia l'anagrafe della Rete italiana.

Stando ai dati ricavati dall'indagine statistica svolta da Pragma, pare delinearsi una scarsa propensione dei cittadini italiani ad approcciare la Rete in maniera partecipativa: Internet sembra essere un oscuro e pericoloso mare magnum dal quale tenersi lontani. Solo il 52,6 per cento degli italiani utilizza la Rete, con dei metodi di fruizione differenti a seconda delle singole capacità e delle necessità.

Tuttavia sarebbe superficiale definire l'Italia come un paese di allergici alla Rete: con 1,8 milioni di domini registrati quello .it è l'ottavo dominio più presente in Internet, lasciandosi alle spalle in questa particolare classifica nientemeno che gli Stati Uniti.
Inoltre, da quando lo scorso 28 settembre si è passati al sistema sincronizzato, sembra aumentato il numero giornaliero di richieste per l'assegnazione di un dominio. Quelle effettuate tramite il vecchio sistema, che in ogni caso rimarrà attivo ancora per due anni, hanno subito un crollo verticale: i cittadini avrebbero recepito prontamente la novità, adattandosi di conseguenza.



La situazione di Internet in Italia rimane comunque abbastanza complessa e per certi versi non in linea con i paesi occidentali: non è solo la cultura delle Rete a latitare. Mancano le infrastrutture e gli strumenti per ridurre al minimo il divario digitale. "Il CNR può e deve fare la sua parte - è stato spiegato - ma è necessaria l'azione congiunta con altre istituzioni per sanare questa ferita".

Giorgio Pontico
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