Siae/ Lettera aperta (alla seconda)

Pubblichiamo una delle email giunte in redazione dopo la pubblicazione, due giorni fa, della lettera aperta alla SIAE dell'Associazione Software Libero

Web - Egregio dottor Simone Piccardi (ed ove mai non fosse dottore, si tenga pure il titolo, "honoris causa"),

leggo su P.I. la Sua lunga disamina - alquanto e sottilmente pungente - del vero contenuto della sciagurata Legge 248, promulgata o con profonda ignoranza della materia sulla quale si legiferava, o con la suprema iattanza di chi ritiene di poter imporre forzosamente a tutti i cittadini di questa Re-Pubblica comportamenti conformi a specifici interessi Privati.

Come si può notare, la mia posizione è - ed è stata da sempre - estremamente parziale e faziosa, pragmatica ed assoluta: sono chiaramente per un bel "Delenda Carthago" di Ciceroniana memoria (ed il vecchio Naso-Bitorzoluto aveva ragione da vendere, lo ha dimostrato la Storia!).
Non ritengo che la SIAE, questo reperto fossile dell'era paleo-burocratica, sia lontanamente paragonabile alla splendida città egiziana, però l'idea che possa in un prossimo futuro essere demolita, rasa al suolo, data alle fiamme, e concimata con genuino sale marino, mi attizza molto.

E mi preoccupa che una legge dello Stato ne faccia il proprio manutengolo, nel tentativo di attuare un'ultima disperata difesa dei diritti "legittimamente" acquisiti dagli Autori alle Case Editrici... Dico acquisiti, e non acquistati, il che, poi, a ben pensarci, riflette solo una differenza di stile.

Trovo che il Diritto d'Autore, come è inteso oggigiorno, sia illegittimo, iniquo, ed immorale, ed abbia contribuito non poco a squalificare la produzione di vere opere d'ingegno ed artistiche, accomunandole a produzioni che di artistico, o d'ingegnoso, hanno veramente ben poco, con conseguente disorientamento del pubblico dei fruitori, che sembra aver perso del tutto ogni senso critico, delegando ad enti ed aziende ogni e qualsiasi giudizio in merito.

L'improvvida legge 248 colpisce in modo indiscriminato il fruitore - che può anche comportarsi fraudolentemente -, ma anche l'autore, sottintendendo e presumendo che questi non sia capace o non voglia tutelare il proprio diritto, e quindi di fatto spogliandolo della propria qualità di creatore, in definitiva arrogandosi il compito di tutelare la "creatura" anche - e soprattutto, direi - nei confronti del suo generatore.

Le molte, risibili conseguenze che Ella ha pazientemente elencate ed illustrate, sarebbero sotto gli occhi di tutti, se solo desiderassero interessarsene; ma, per fortuna, o per malasorte?, il pubblico nostrano, forse ormai assuefatto a simili assurdità, sembra infischiarsene allegramente, lasciando che della faccenda si occupino i soliti addetti ai lavori.

Questo, se da un lato deve preoccupare il legislatore per la evidente perdita di credibilità che tale atteggiamento rivela, forse è opportuno al fine di lasciare posto alle opinioni meglio ponderate degli studiosi del diritto e dell'evoluzione sociale.

La speranza risiede nei Pretori, che in tempi recenti hanno saputo dimostrare una discreta autonomia di pensiero e capacità di discernimento, demandando alla Corte Costituzionale l'esame delle implicazioni ultime di disposizioni emanate in modo affrettato ed incompetente, ma soprattutto privo di riflessione, sotto le spinte di interessi che in nulla coincidono sia con quelli dei creatori, sia con quelli dei fruitori delle opere d'Arte e d'Ingegno.

Se neanche la Suprema Corte potesse sciogliere il nodo gordiano che si è creato, occorrerà mobilitare gli uomini di buona volontà rimasti, e tentare di modificare in meglio le norme emanate, senza dimenticare però che "al male si rimedia, ma al peggio non c'è mai fine"...

Cordialmente,
doct. Alfridus
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