Ovviamente, dopo aver reso i dispositivi sempre più alla portata di tutte le tasche, dopo aver contribuito a rendere i cittadini capaci di utilizzarli, occorre
fornire i contenuti: come i libri, visto che si parla di scuola. "Google sta digitalizzando migliaia di pagine al giorno - ricorda Davies - la biblioteca del Congresso può andare su una penna USB: ma occorre cambiare il business model del mercato editoriale, e ci sono aziende che si stanno già muovendo in questa direzione". Citiamo il mercato musicale come esempio della difficoltà di adattarsi a questo tipo di cambiamento: "Pensiamo alla fotografia: tutto è diventato digitale in pochi anni, che le aziende lo volessero o no. Dovranno accettare questa transizione, questa trasformazione: alcune staranno al passo, altre andranno un po' più piano, altre non ce la faranno. Ma è la competizione del mercato che lo impone".
A questo punto Parmeggiani ci ricorda che proprio
in Italia il Governo ha indicato nel 2012 la scadenza per avere libri di testo in formato digitale: "La tecnologia aiuterà a ridurre i costi, a salvare carta, a rendere tutto possibile: magari ci metteremo qualche anno in più, ma succederà, è inevitabile". Interviene Davies: "L'obiettivo è avere i contenuti disponibili in varie forme per i diversi dispositivi: sfruttare tutti i canali, muoversi con l'innovazione, realizzare prodotti specifici per le diverse esigenze". E, come chiarisce di nuovo Parmeggiani, ci sono già molti individui e aziende che lavorano a questo paradigma.
Ovviamente, sbaglieremmo a pensare che tutto questo sia frutto di una semplice visione filantropica: c'è un disegno preciso in atto, ma non si tratta necessariamente di un disegno ingenuo o di un piano ambiguo.
È un modo per unire gli interessi della società a quelli di un'azienda con i suoi azionisti e i suoi obiettivi industriali: "E funziona molto bene" aggiunge Davies. "Mettiamola così - ci spiega - Diciamo che sul nostro Pianeta ci sono un miliardo di persone che hanno accesso a Internet: poi c'è un altro miliardo che potrebbe farlo, ma non ha ancora abbracciato la nuova tecnologia perché non vede ancora che vantaggio ne trarrebbe. E infine ce n'è un altro miliardo che della tecnologia ne avrebbe bisogno, i device sono sempre più alla portata di tutti, ma che ha anche bisogno di imparare ad usarla".
"È una struttura con quattro pilastri: i primi due sono PC e banda larga, e qui Intel entra come vendor producendo tecnologia e vendendola - prosegue Davies - e in questo modo ottiene quello che serve per contribuire allo sviluppo degli altri due. Che sono il training all'utilizzo della tecnologia stessa, e lo stiamo facendo con 6 milioni di docenti coinvolti nei nostri programmi, e mettendo a disposizione contenuti software e non solo: queste due attività da sole valgono milioni di dollari, milioni che Intel può donare perché ha guadagnato in precedenza".
La chiacchierata volge al termine, e sorge un dubbio finale: com'è possibile che, attorno a un tavolo con il più grande produttore di CPU del pianeta,
l'argomento silicio non sia mai stato sfiorato? "Non è che non stiamo più producendo chip - sorride Davies - ma non siamo solo quello: stiamo creando nuovi mercati nell'istruzione e nell'healthcare, stiamo svolgendo il ruolo di
market creator, un ruolo che abbiamo già svolto in passato". Nel 1989 Intel creò il primo reference design per un laptop: "Noi non vendiamo computer, noi contribuiamo a costruirli: a volte le piccole aziende non possono investire quanto possiamo noi, e allora quando serve diamo una mano ad abbassare i costi". "Siamo
enabler" ripete ancora: vista l'importanza sul mercato odierno dei laptop, il messaggio è chiaro.
A cura di Luca Annunziata