Italia verso la internet blindata

Italia verso la internet blindata

di Paolo De Andreis - Due le proposte di legge, quasi identiche, che maggioranza e opposizione sostengono, per obbligare i provider ad usare un sistema di protezione. Tra tutela dei minori e utopia del controllo della rete
di Paolo De Andreis - Due le proposte di legge, quasi identiche, che maggioranza e opposizione sostengono, per obbligare i provider ad usare un sistema di protezione. Tra tutela dei minori e utopia del controllo della rete


Roma – Nessuno si meravigli se entro questa legislatura il Parlamento italiano varerà una legge pensata per blindare internet o, meglio, per tentare di farlo con ben poca destrezza. Alla Camera non solo ci sono ben due proposte di legge presentate nel 2002 che chiedono di introdurre sistemi di filtri obbligatori e di riconoscimento dell’utente ma sono anche pressoché uguali e firmate una dall’opposizione, l’altra dalla maggioranza. Sintomo di una identità di vedute che deve preoccupare.

La chicca forse più vistosa del disegno di legge che chiameremo “di maggioranza”, il 3235 è l’articolo 3, che mira ad introdurre una nuova norma nel codice penale, di certo pensata per far venire i capelli dritti a tutti i provider italiani e non solo:

“Il provider, o fornitore di servizi di connessione alla rete INTERNET, qualora non si doti di sistemi che inibiscono ai minori la visione di materiale pedopornografico, osceno, di incitamento al razzismo e alla xenofobia nonché di materiale che, in qualsiasi modo risulti nocivo per l’armonioso sviluppo psicofisico del minore, è punito con la reclusione da quattro ad otto anni e con l’interdizione dall’attività.”

Questa formulazione, che pone sulle spalle dei provider responsabilità mai viste in Occidente, non può che far inorridire chiunque conosca l’estrema difficoltà tecnica di impedire che in rete certe cose accadano. Per non parlare degli altri oneri che tutto questo rappresenterebbe per imprese che hanno il merito, e non certo la colpa, di consentire agli italiani di connettersi ad internet.

Non va molto meglio con il testo che chiameremo dell’opposizione, il 3122 , che pur prevedendo delle forme di agevolazione per i provider, insiste sulla loro piena responsabilità. Ma chiede contestualmente, all’articolo 2, la conservazione dei log di accesso per un periodo record di dieci anni. Molto più di quanto certi benpensanti avessero tentato di ottenere fino ad oggi.

Ma oltre all’evidente scarsa conoscenza delle cose della rete e all’assenza di qualsiasi considerazione verso i provider, i numerosi parlamentari dietro entrambe le proposte fanno esplicito riferimento nelle relazioni di presentazione a quella che evidentemente considerano la chiave di volta. Hanno infatti scoperto un giocattolo tutt’altro che nuovo, “ChildKey”. Un nome che tutti dovremo imparare a conoscere se le cose andranno come i nostri rappresentanti sperano.


ChildKey è una tecnologia figlia della fondazione onlus Safety World Wide Web (SWWW), una entità che lavora alla sperimentazione di automatismi che dovrebbero proteggere il minore connesso ad internet. Un sistema, sostengono i deputati, che “ha dato dei risultati sorprendenti, in quanto è in grado di inibire ai bambini la visione di contenuti inadeguati presenti nella rete in una percentuale che si avvicina al 100 per cento”.

Ma ChildKey non si ferma a questo, perché tra le sue caratteristiche leggiamo che può limitare il tempo che il minore passa online, impedire che questo diffonda i propri dati in rete o che veda pagine web considerate inadatte per la sua età. Tecnologie che per i nostri deputati sono questo: “l’uso di moduli creati ed addestrati con sistemi di intelligenza artificiale costantemente aggiornati e coperti da brevetto che garantiscono una copertura del 98 per cento” . Chi ride è perduto.

La vera caratteristica portante di ChildKey è che il sistema non risiede sul computer dell’utente ma sui server del provider. È questo, infatti, che di volta in volta riconosce la password utilizzata dall’utente per connettersi, dove una certa password significa che ad essersi collegato è un minore. In quel caso scatta la “protezione ChildKey”. Questa controlla via proxy se l’orario di connessione è compatibile con i permessi decisi dai genitori del minore, verifica il tempo in cui il minore rimane connesso, conta il numero di “parole vietate” che appaiono nel testo del sito richiesto dal minore (non me la sono inventata), e soprattutto invia ad ogni sito che il minore si appresta a visitare una stringa di dati in cui si dichiara l’età dell’utente che sta collegandosi a quelle pagine web.

A quel punto le conseguenze sono ovvie. Se passa una legge così il sito italiano che non utilizzasse il tag ChildKey per consentire l’accesso al minore, oppure per impedirlo, sarà a sua volta ritenuto giuridicamente responsabile. La stessa onlus, peraltro, stando ad un post su Usenet già nel 2001 parlava esplicitamente di obbligo per i webmaster all’utilizzo del tag ChildKey. Obbligo che non c’era ma che ora si appresta a divenire legge.

Lo scenario che si apre, dunque, è quello da un lato di nuove incredibili responsabilità e obblighi per i provider italiani e dall’altro di responsabilità inedite persino per chi ha un sito in Italia. Inoltre ogni soggetto coinvolto, a cominciare dai genitori, sarà tenuto a riporre in ChildKey (o equivalenti) totale fiducia sulle sue effettive capacità di impedire la visualizzazione di materiali “inadatti” da parte dei minori. Il tutto condito dalla totale assenza di specifiche per tutto quello che web non è ma che può via internet portare certi dati sul computer del minore o trasportare altri dati dal computer del minore verso l’esterno.

Altro ci sarebbe da dire, da chiedere e da chiedersi: quali siano i criteri per classificare certi contenuti come inadatti ai minori; se la risposta migliore al razzismo e alla xenofobia sia ancora vietare i siti di questo tipo; se si possa davvero delegare ad un sistema automatico responsabilità tanto gravi; se abbia oggi un senso qualsiasi introdurre un sistema che riguarda solo provider e siti italiani; se conservare per dieci anni i file di log delle navigazioni non rappresenti un ulteriore rischio per la già ampiamente erosa privacy dell’utente internet italiano; se sia equo escludere persino il patteggiamento per quei provider che verranno trascinati in tribunale per non essere riusciti ad impedire ad un minore di visualizzare non meglio definiti contenuti “nocivi”.

Potrei continuare. Ma credo che basti e, per ora, la finisco qui. Dopo aver digerito la recente nomina del capo della SWWW alla commissione per la tutela dei minori in internet del ministero delle TLC, credo che a tutti risulterà assai difficile digerire anche il varo di una nuova legge su internet, ancora una volta inattuabile, inattuale, iniqua e pericolosa.

Paolo De Andreis

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Pubblicato il
14 mar 2003
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