Alfonso Maruccia

Guai da copyright per bar e tracker

L'industria va a caccia di torrentisti, admin di vecchie glorie del P2P e bar statunitensi dalla capienza improbabile. Il copyright continua a mietere vittime

Roma - In pochi avrebbero scommesso che la vicenda OpenBitTorrent, che vede le major di Hollywood quasi al completo impegnate contro il provider del tracker BitTorrent aperto a tutti, si sarebbe conclusa con il rifiuto della condanna richiesta a gran voce dalla suddetta lobby hollywoodiana. E infatti Hollywood e relativi legali tornano alla carica ricorrendo in appello alla precedente decisione della Corte Distrettuale di Stoccolma.

L'accuso di Monique Wadsted - tradizionale rappresentante legale degli interessi delle major in terra svedese - sostiene che Portlane, il provider che fornisce la banda a OpenBitTorrent, è responsabile dell'infrazione di copyright in cui il tracker è immischiato fino al collo e pertanto deve cessare immediatamente di fornire riparo ai peggiori bucanieri della rete - nient'altro che la versione "re-brandizzata" della ciurma dell'altrettanto celebre The Pirate Bay.

La Corte di Stoccolma aveva inizialmente stabilito che, nonostante evidenti casi di condivisione non autorizzata, non sussistono prove sufficienti
perché OpenBitTorrent e relativo provider potessero essere considerati alla stregua di covi anti-copyright affamatori dell'industria tutta.
L'industria, naturalmente, non è d'accordo e si è rivolta alla corte d'appello per far riaprire il caso. Per rendere più efficaci le sue argomentazioni, questa volta l'avvocato Wadsted si esibisce in un ardito paragone tra il provider-tenutario e quei proprietari di appartamenti e stabili che cedono le location alle prostitute, incuranti - e quindi complici - dell'indecorosa attività di meretricio che si svolge all'interno della loro proprietà.

Parlando di celebri tracker c'è anche il processo al founder di OiNK, il celebre tracker delle release "in anteprima" abbattuto dalle major due anni fa con condanne ai servizi sociali per gli uploader. Alan Ellis, già arrestato a suo tempo, dovrà ora vedersela con i legali dell'industria direttamente in aula. Ma al maglio impietoso delle major non devono piegarsi solo i tracker online. Riprova ne sia la causa (con tanto di richiesta di 640mila dollari di danni più le spese legali) intentata da Ultimate Fighting Championship contro un bar di Boston, colpevole di aver trasmesso gli incontri di arti marziali misti organizzati dall'associazione senza averne autorizzazione.

Alfonso Maruccia
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