Alfonso Maruccia

Oxford: Spotify fuori dalle aule

Una delle più importanti università del mondo decide di inibire l'utilizzo del servizio musicale amato dalle major. Perché Spotify si appoggia sul P2P

Roma - La Oxford University Computer Services, divisione tecnologica della prestigiosa università britannica, ha preso la decisione di mettere al bando Spotify, il servizio di streaming musicale nato nel 2006 e che conta più di cinque milioni di utenti sparsi per il Vecchio Continente. OUCS si è giustificata sostenendo che la tecnologia P2P alla base del servizio rischia di consumare troppa banda sul network universitario, ma i dubbi sull'utilità e l'opportunità della decisione fanno discutere.

"Spotify è un sistema di streaming musicale - sostiene OUCS - Si basa su un sistema di P2P per la distribuzione dei contenuti, e dunque il suo utilizzo è proibito sulla rete dell'università". Spotify non può essere "giustificato" in alcun modo come educativo, continuano i tecnici Oxford, ma parlando con il sito Cherwell alcuni studenti manifestano il loro disaccordo ed evidenziano qualità e utilità di Spotify che ai suddetti tecnici non sono evidentemente venute in mente.

"Lo uso parecchio - dice ad esempio uno studente di musica - È la più completa collezione di musica classica che si possa trovare. Molto meglio di Naxos". Sciocchezze, controbatte chi ha stabilito il blocco: le applicazioni P2P possono congestionare facilmente la rete al di là della percezione del singolo utente e "i contribuenti e i consigli di ricerca tendono a vedere i loro soldi spesi più saggiamente" di quanto rappresenterebbe un upgrade al network per permettere l'ascolto di musica in streaming.
Sulla decisione della proibizione pesa il fatto che Spotify, come altri software basati su una tecnologia di condivisione P2P dei flussi di dati, sia stato pensato per ottimizzare il trasferimento delle informazioni tra gli utenti e per liberare gli ISP di parte del gravoso compito di gestione degli streaming verso tutti i singoli condivisori connessi. L'utilità della proibizione sarebbe insomma tutta da dimostrare, ma nel frattempo l'azienda che gestisce il servizio dice di essere dispiaciuta del problema e di aver già provveduto a instaurare contatti con il management dell'istituto educativo, nel tentativo di ripristinare quanto prima l'uso di Spotify nel network universitario.

Chi nel caso Spotify-Oxford perde soldi e faccia sembra essere l'industria musicale: le Grandi Sorelle al completo (EMI, Warner, Universal, Sony) supportano il servizio di streaming basato su advertising incensandolo come uno dei pochi, autentici concorrenti all'irrefrenabile imperversare della pirateria digitale.

Alfonso Maruccia
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