Mauro Vecchio

USA, giudicare un poliziotto non è reato

Aveva postato online alcune informazioni personali relative a un agente poco cortese. Condannato, si era appellato al Primo Emendamento. E l'ha spuntata

Roma - Sono passati poco più di due anni da quando il sito statunitense RateMyCop scatenava il caos nei vari distretti di polizia a stelle e strisce. Centinaia di migliaia di agenti, messi in fila online da comuni cittadini, in attesa di capire se il loro (reale) operato sia stato impeccabile o particolarmente sgradevole.

Un database al centro della bufera, in bilico tra legittima trasparenza e violazione del diritto alla riservatezza. Per ciascuno dei poliziotti inseriti viene in genere inserito nome, cognome, luogo di competenza e numero di tesserino. Ma - rassicurava lo stesso RateMyCop - non informazioni personali come indirizzo e numero di telefono. Dati che, una volta rivelati online, avrebbero anche potuto mettere a repentaglio la sicurezza degli agenti meno graditi.

Ma era successo qualcosa, pochi mesi dopo il lancio ufficiale di RateMyCop. Un utente anonimo aveva postato online l'indirizzo e il numero di telefono di un agente particolarmente scortese. Una rivelazione proibita dalla legge dello stato della Florida, da cui lo stesso utente aveva fatto postato la sua comunicazione online. Da punire, chiunque riveli informazioni riservate su un qualsivoglia pubblico ufficiale.
L'utente - successivamente identificato con il nome di Robert Brayshaw - era stato quindi arrestato. Tempo dopo, il caso era però caduto, a causa di non meglio precisati motivi legati alle procedure legali. Ma Brayshaw aveva deciso di non mollare, cercando di ottenere giustizia con una causa nei confronti delle autorità della Florida.

A detta dell'uomo, erano infatti stati calpestati i suoi diritti relativi al Primo Emendamento della Costituzione statunitense. Una visione abbracciata di recente da una corte federale della Florida, che ha sottolineato come le informazioni pubblicate dall'uomo debbano ricadere sotto il diritto alla libera espressione. Pubblicare un indirizzo non costituirebbe in sé un atto illecito, una seria minaccia o un pesante insulto. Solo in questi casi non può infatti essere invocata la libera espressione a mezzo online.

Mauro Vecchio
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