
Roma - La maniera migliore per spiegare che impressione mi faccia la nuova normativa italiana sul copyright in vigore da domani credo sia quella di citare letteralmente una frase di un importante discografico italiano rilasciata a Milena Gabanelli di
Report qualche tempo fa. Adriano Solaro di Warner Chappell, riferendosi ai prodotti musicali affermava:
"Quel prodotto che tu hai comprato, l'hai comperato per ascoltarlo col tuo orecchio. A casa tua o da solo, con tua moglie, con i tuoi figli."Frasi del genere riuscirebbero a deprimere il tono dell'umore di chiunque. Eppure non c'è nulla di più azzeccato per descrivere l'abisso che divide la musica come noi la intendiamo (e come spero molti musicisti la intendano) dai suoi mercanti. Da quelli che, una volta eccettuati gli artisti, da tale prodotto traggono i propri guadagni.
Il mio orecchio, come dice il sig. Solaro, è certamente colpevole. Per colpa sua acquisto dischi da una trentina d'anni. Ma non ho cripte nelle quali andare ad ascoltarmeli. Non mi guardo intorno prima di accendere l'impianto stereo e se in casa oltre che a moglie e figli sciaguratamente c'è qualcun altro, beh lo confesso, ascolto musica ugualmente.
C'è qualcosa di più profondo da considerare, nella cosmologia della musica e dei suoi rapporti con la nostra vita. Un universo un poco più complicato di quello che passa per la testa degli industriali della musica. Un mondo che trascende di molto la concretezza spicciola di chi si ostina a far solo di conto senza pensare a null'altro.
L'errore orrendo e perdente di quanti confezionano le normative sul copyright in tutto il mondo (e si tratta dei colletti bianchi delle major e non certo dei nostri spennacchiati politici e nemmeno degli artisti di punta che pure ne avrebbero titolo) è oggi quello di vivere in una sorta di
mondo a parte, nel quale tutto ciò che succede nelle nostre vite di ascoltatori sembra non contare. Questi signori si ostinano a non vedere. Impongono legislazioni, scelgono le ammende, spiegano quale orecchio ognuno di noi potrà lecitamente prestare ai loro prodotti e non si curano d'altro. Se c'è una ragione per cui l'agitarsi forsennato delle RIAA, della FIMI, della BSA e di mille altri organizzazioni è nel lungo periodo destinato a dimostrarsi perdente è proprio questa cecità autoimposta. Talmente patetica da farti venir voglia di dar loro una amichevole scrollata. "Ehi signori, sveglia. Uscite dal mondo dei sogni!"
Mette nero su bianco la nuova normativa di adeguamento al copyright appena approvata: finalmente in Italia viene riconosciuto il diritto alla copia personale. Si tratta di una bella notizia, certo. Se non di un qualcosa già esistente che andava anche solo sottolineato. Ogni poverocristo ha oggi diritto di fare una copia privata di materiale sotto copyright da lui regolarmente acquistato. Bene. Ma di cosa si tratta esattamente? Di una concessione? Di un gesto distensivo dopo tante imposizioni? Così sembrerebbe. Dopo l'
orecchio quindi, i grandi manager del circo multimediale abilitano anche l'utilizzo del
cassetto. Un cassetto nel quale ripongo le copie di back up dei miei film e dei miei dischi preferiti. Perchè non vadano perduti.
Purtroppo pero' se leggiamo un po' meglio la nuova legge, ci accorgiamo che le cose non stanno in questi termini. La medesima normativa, con un cinismo che lascia stupefatti, con una mano dà e con l'altra toglie. Da una parte si riconosce infatti il diritto alla copia personale (una versione nostrana della dottrina americana del fair use), dall'altra si afferma la liceità e la intoccabilità dei sistemi software anticopia su CD e DVD e ne punisce l'aggiramento addirittura con il carcere. Che significa tutto ciò? Che nessuna copia lecita di quanto ho appena acquistato potrà essere fatta nel momento in cui tale prodotto sia fornito di misure di protezione anticopia.
Scrive a tale proposito molto lucidamente la Associazione Software Libero:
"Il riconoscimento legale delle "misure tecnologiche" di protezione sancisce, di fatto, l'introduzione di un nuovo privilegio per i detentori dei diritti sulle opere: la possibilità di poter influire sull'utilizzo delle opere stesse. Infatti le "misure tecnologiche" dichiarate intoccabili dall'EUCD potrebbero imporre restrizioni estremamente severe per gli utenti, ed esse non potrebbero essere aggirate per alcun motivo. Si pensi ai film in DVD che possono essere guardati solamente in certi Paesi, agli e-book che non possono essere stampati, o ai cosiddetti "CD anti-copia" che non possono essere ascoltati su computer: queste vere e proprie truffe ai danni degli utenti verrebbero protette dalla legge, e rese inaggirabili".La nuova normativa sul diritto d'autore è colma di brutture simili a quella appena paventata: c'è solo l'imbarazzo della scelta e forse anche per questo, prima di tediarvi con un altro punto importante avallato dai nostri politici tutti (nessuno escluso, nemmeno la dialettica parlamentare è riuscita a creare in materia due fronti contrapposti), vorrei citare ancora un passo di quella bellissima puntata sulla SIAE della trasmissione TV di Milena Gabanelli. Dice a un certo punto, in quel lontano 2001, Federico Kujawska di Emi Music Italy:
"Il nostro problema è quello di riuscire a stabilire dei principi. Perchè la gente contesta il principio. Il principio del diritto di proprietà. Se vogliamo abolire il diritto di proprietà, aboliamolo, pero' io vengo a mangiare a casa tua, domani, apro il frigo e prendo quello che c'è."Chiaro ed efficace. Magari non elegantissima questa metafora del
frigorifero, ma significativa. La seconda che ci capita sotto mano dopo quella dell'orecchio. Il fatto è che nel frigorifero, nel nostro frigorifero, le major dell'intrattenimento stanno frugando già da molti anni. Spiluccano un po' qua e un po' là, ma hanno da tempo campo sostanzialmente libero. Il discografico in questione forse finge di non saperlo ma purtroppo per noi è così. Perchè ciò accade? Perchè il frigorifero degli intermediari della musica a causa della loro formidabile miopia si è andato negli ultimi tempi svuotando, oppure rimpicciolendo. È diventato un minuscolo frigobar. La colpa di tutto ciò secondo loro, lo affermano da tempo con convinzione, è naturalmente di Internet. Del formato mp3. Dei formidabili software di file sharing che moltiplicano con un incantesimo tecnologico il numero delle orecchie in ascolto interrompendo il disegno virtuoso di
"un ascoltatore=un disco venduto".