Gabriele Niola

WebTheatre/ Quale apocalisse scegliere?

di Gabriele Niola - Mostruosità incombenti e clima da fine del mondo per una serie che cambia continuamente di forma. Per mostrare come cinema e serie rappresentano gli stereotipi di genere

Roma - Quando si tratta di seguire le mode e le tendenze, il web è in una strana posizione. Da una parte è la componente che più di tutte fomenta un trend, ampliandolo, allargandolo e declinandolo in mille modi possibili (lo vediamo in questo periodo con le vuvuzelas del mondiale sudafricano) dall'altra, a parte qualche meme particolare, non è quasi mai il medium in cui si originano le macrotendenze, ma tende più a cavalcarle.
Capita così che nell'ultimo periodo l'emergere di un cinema sempre più orientato alla diversa declinazione di tematiche horror classiche (zombie e vampiri sostanzialmente) abbia portato anche ad una serie pressoché infinita di spinoff e prese in giro di cui il mondo delle webserie è particolarmente vittima. E se dei vampiri si è già parlato a lungo, sugli zombie sembrava ci fosse meno interesse, almeno fino a Dead Wait.

Dead WaitChe la serie si occupi di zombie è evidente più che altro dal titolo perché per il resto, almeno all'inizio, non si direbbe. La forza di questo piccolo gioiello di narrazione tra il surreale e il thriller è infatti quella di saper creare un clima che è in primis ironicamente citazionista nei confronti della tradizione horror e catastrofica (siamo pur sempre su Internet!) e in seconda battuta, con il procedere degli episodi, sempre più centrato sul suo protagonista e sulle sue ossessioni.
Ad ogni puntata delle 6 che costituiscono la prima stagione di Dead Wait (per la seconda si stanno raccogliendo fondi) la serie sembra cambiare tono e diventare qualcos'altro: in realtà non è così, la sceneggiatura con grande intelligenza mostra la medesima situazione adottando punti di vista e sfaccettature diverse e ogni volta aderendo agli stilemi del genere.
Si inizia con il personaggio principale barricato in casa, colmo di provviste e tutto ciò che si dovrebbe possedere in caso di apocalisse (mazza da baseball compresa), evento che lui è certo stia per arrivare. Già al secondo episodio arriva però il primo cambio e la serie sembra diventare un percorso nella follia personale di un cospirazionista. Al terzo si direbbe una serie comica visti i battibecchi e i dialoghi vivaci e poi arriva quasi una paradossale storia d'amore. Sempre di più però si comprende che c'è qualcosa che va oltre.

La produzione spensierata e casual di Dead Wait si è potuta permettere dei lussi impensabili altrove, ovvero di regalare allo spettatore intrattenimento immediato in ogni episodio solo fingendo di non avere una coerenza interna. In realtà con l'ultima puntata della prima stagione si capisce che tutto ha un senso e Dead Wait risponde davvero alla tagline usata per promuoverla: "E se ti fossi preparato per l'apocalisse sbagliata?".
In questo sta tutta la forza di una serie che è scritta e girata molto bene ed usa queste componenti solo come inizio, intendendo andare più a fondo su come l'immaginario mediatico e principalmente cinematografico dia una forma alle nostre ossessioni, con la forza di ironizzare e paradossalmente scherzare su tutto questo in maniera più diretta e cinica di quanto non facciano film comunque meritevoli sul tema come Zombieland e L'alba dei morti dementi.
Se dunque gli zombie rientrano in una moda e un trend di cultura di massa più ampio, il modo che ha la rete di privarli di qualsiasi aura, asciugando figure tipiche del racconto fino a farle diventare simbolo non tanto di se stessi ma della rappresentazione che noi forniamo di essi al cinema o in televisione (con tutti gli stereotipi che si accompagnano), riesce a dare vita a produzioni audiovisuali diverse, personali e ancora una volta un pelo più audaci di qualsiasi altro medium.

DEAD WAIT - EPISODIO 1


DEAD WAIT - EPISODIO 2


Gabriele Niola
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