Videogames violenti, si muovono gli USA

Dopo la sparatoria di El Cajon, il procuratore generale degli Stati Uniti si scaglia contro i videogiochi che, a suo parere, insegnano a sparare. Sulla stessa linea anche molti in Canada

Washington (USA) - Le sparatorie nelle scuole che negli Stati Uniti non sembrano più rappresentare "casi isolati" sono, almeno in parte, colpa dei videogiochi. Questa è l'opinione, che sta sollevando grande scalpore, del procuratore generale degli States, John Ashcroft.

Ashcroft, che parlava sull'onda dei fatti avvenuti nella scuola superiore di El Cajon, in California, ha affermato che deve essere l'industria dell'intrattenimento "a cominciare ad aiutarci nella conversione ad una etica che spinga per la risoluzione dei problemi e dell'aggressività dei giovani, in modo diverso dalla violenza. Anche la stampa può parlare di questi eventi in un modo che a nessuno venga voglia di fare quelle stesse cose".

Secondo Ashcroft "l'industria dell'intrattenimento, con i suoi videogiochi e cose simili, che a volte insegnano a sparare, ci costringe a chiederci cosa possiamo fare sul piano culturale per essere più responsabili". Dunque un attacco alla produzione videoludica, che da sempre ricorre alla violenza come forma di intrattenimento e che ancora una volta viene messa in diretta relazione con i comportamenti dei più giovani.
Il caso più clamoroso di critica all'industria di settore arrivò all'epoca della sparatoria nella scuola superiore Columbine di Denver, in Colorado, quando si parlò lungamente dei due studenti autori della strage di 13 coetanei come "fanatici" di DOOM, storico videogame basato sulla partecipazione a "missioni" che contemplano l'uccisione di nemici con armi via via più potenti.

L'opposizione alla violenza videoludica va crescendo in nordAmerica. Di questi giorni è la notizia di una proposta nella provincia canadese del British Columbia che porterebbe alla "messa al bando" di molti titoli per gli under14. Un dibattito che sembra dunque destinato ad allargarsi.
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