Mauro Vecchio

GGF, ritorno al P2P

Il CEO Hans Pandeya ci prova con il tracker Demonoid dopo aver corteggiato invano The Pirate Bay. Mentre un imprenditore di New York vuole i diritti sul marchio della Baia. Ma c'è forte odore di squatting

Roma - Era l'estate del 2009 e un annuncio aveva all'improvviso agitato i già non troppo calmi marosi del P2P: Global Gaming Factory (GGF), software company con base in Svezia, avrebbe acquistato The Pirate Bay per una cifra vicina ai 5,5 milioni di euro. Nasceva il progetto The Pay Bay, naufragato pochi mesi dopo per la bancarotta dell'azienda del CEO Hans Pandeya.

Un rosso di circa 130mila dollari registrato sul conto di GGF aveva in sostanza fatto tramontare l'ambizioso programma che avrebbe trasformato la Baia più famosa del torrentismo in un vero colosso dell'intrattenimento legale. Ma la confisca dei beni non sembra aver fermato Pandeya, almeno non il suo sogno: mettere in piedi un vasto impero dei contenuti a pagamento.

Per riuscire nell'impresa, il CEO di GGF pare aver stilato una particolare lista della spesa, dopo aver offerto dietro le quinte circa 20 milioni di euro per l'acquisizione del tracker Mininova. E in cima ai desideri di Pandeya pare ora esserci un altro protagonista del torrentismo, Demonoid.
L'idea è sempre la stessa, milioni sul piatto e legalizzazione dei servizi online. Una visione che pare però cozzare contro il parere dell'attuale proprietario di Demonoid, non affatto intenzionato a vendere il suo tracker a Pandeya. Probabilmente non messo proprio in buona luce dalle sue stesse vicissitudini finanziarie emerse nell'affaire Pay Bay.

Ma Pandeya non è stato l'unico imprenditore ad interessarsi con decisione a brand storici del torrentismo come The Pirate Bay. Stando a quanto emerso in un articolo di TorrentFreak, l'imprenditore statunitense Craig Pratka ha depositato almeno due richieste per ottenere i diritti di sfruttamento dei marchi Pirate Bay e Pirates Bay.

C'è però una curiosità: l'azienda di Pratka - BladeBook LCC - non sarebbe affatto estranea ad una serie di siti squatter, impegnati nel rapinare domini da sfruttare per l'adescamento di utenti in cerca di condivisione illecita dei contenuti. Almeno una dozzina di spazi online impiegherebbero marchi come quello della Baia per diffondere malware e imbrogliare sulle condizioni d'uso.

Mauro Vecchio
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