In linea di massima, è possibile concludere quanto segue:
il traffic shaping, il bandwidth management o comunque si vogliano etichettare le tecnologie che oggi permettono di abbassare la velocità di navigazione a un singolo utente o a una categoria di servizi,
non sono più un tabù. Spulciando i contratti e le condizioni d'uso di abbonamenti e offerte ricaricabili si trova sempre e comunque un riferimento (3 Italia fa sapere di averlo previsto nel 2002 nell'art. 14 della Carta Servizi, e di aver anche modificato l'art. 4 del Contratto lo scorso marzo), e la scelta di privilegiare la neutralità dell'approccio (come nel caso di 3 e Wind, tagliando tutto indiscriminatamente) o un tipo particolare di traffico (tagliando P2P e file sharing, come dice di fare Vodafone) è una decisione dettata unicamente dall'orientamento del management.
Affermare che questa sia, di fatto, la Caporetto della connessione in mobilità o della net neutrality è un'affermazione eccessiva:
la connessione wireless,
checché ne dicano gli osservatori,
è per sua natura destinata a essere limitata. Le frequenze a disposizione degli operatori sono poche e ottenute a caro prezzo, in Italia esiste anche il
problema del riassetto dello spettro ("oppresso" dalla TV, e che pare non riesca a liberarsi dal suo aguzzino catodico) che complica ulteriormente il quadro. Se a questo si aggiunge che l'infrastruttura ad alta velocità, necessaria al backhauling e dunque a rifornire le antenne che erogano la navigazione ai cellulari e alle chiavette, è cronicamente inadeguata e soffre dello stesso male di cui soffrono le connessioni NGN, il ritratto è completo.
Il problema non sono i limiti imposti in questo caso dagli operatori, il problema è la
mancanza di informazioni agli utenti finali: costruire autostrade tra le BTS (le stazioni ricetrasmittenti delle reti cellulari) e i terminali, quando a monte non c'è un'adeguato rifornimento di banda, è una distorsione. Se la BTS è collegata semplicemente a una connessione analoga a una ADSL per riunirsi alla rete principale dell'operatore, a poco o nulla servono HSPA e compagnia:
gli utenti che possiedono uno smartphone sono sempre di più, la banda una risorsa scarsa da condividere, la fetta della torta che spetta a ciascuno si fa sempre più piccola. La banda non è infinita: se si superano i 3 chilowatt il contatore della luce salta, e lo stesso principio si applicherà per la banda mobile.
Stabilire a questo punto di chi sia la responsabilità è inutile: il protocollo GSM e quello UMTS sono piuttosto efficienti, ma
occorrerebbero frequenze aggiuntive (già chieste dagli operatori) per migliorare la situazione. Il backhauling è insufficiente, occorre migliorare da questo punto di vista l'infrastruttura: ci devono pensare gli operatori, e le iniziative volte alla condivisione dei siti dove sistemare le antenne sono un buon passo in avanti che però non può prescindere da altri investimenti (a tutti i livelli, dalla backbone in giù). Soprattutto, appare improbabile (a meno di scelte particolari come quella di Virgin USA, che propone il pacchetto per la navigazione illimitata sul cellulare a 40 dollari al mese) che d'ora in avanti si affaccino sul mercato, soprattutto nel Belpaese, offerte che puntano sempre più al ribasso dei prezzi e al rialzo del monte ore/gigabyte.
L'ipotesi più probabile, da questo punto in avanti, è emulare quanto proposto ad esempio da Vodafone per le connessioni da iPad: 500MB al giorno e poi si passa a 64 chilobit, volenti o nolenti, in modo almeno da restare connessi (anche se a velocità ridotta).
Parafrasando un vecchio slogan: "navigare tutti, navigare meno". Il punto è che, accanto a queste offerte senza fili con delle limitazioni, nelle case degli italiani dovrebbero trovare posto connessioni via cavo (preferibilmente fibra, FFTH e point-to-point) senza limiti o quasi. A poco serviranno, vista l'esiguità di terminali, le alternative come il WiMAX: apprezzabile il tentativo di Mandarin, in Sicilia, di tappare le falle del digital divide con kit in prova gratuita, ma ormai anche il grande sponsor di questa tecnologia, Intel, con l'acquisto del comparto Infineon dedicato sembra aver adottato LTE nella corsa al 4G.
La morale della favola è: gli utenti si abituino, da qui in avanti, a considerare la connessione wireless 3G per quello che è, ovvero un sistema di navigazione non a banda larga. Può essere utilizzato anche per accedere a servizi avanzati e che richiedono traffico consistente, ma solo in modo sporadico e facendo ben attenzione alle condizioni di utilizzo imposte dagli operatori. Questi ultimi, dovranno prestare massima cura a come immetteranno sul mercato le proprie offerte: parlare di banda larga wireless è forse un azzardo (ma la terminologia pare sia già cambiata da un po'). E poi sul piatto ci dovrebbe essere quella famosa transizione alla NGN: ma con l'aria che tira per il Governo italiano, pare proprio che anche questa legislatura sia destinata a chiudersi con un nulla di fatto alla voce "investimenti strategici nel settore ICT".
Luca Annunziata