Claudio Tamburrino

Washington Post, cinguettii acritici

I redattori dovrebbero astenersi dall'entrare in polemica su Twitter. Ovvero non dovrebbero rispondere alle critiche. Un altro paletto alla conversazione online per i giornalisti della testata

Roma - Vietato rispondere alla critiche, almeno via Twitter. È questo il nuovo dettame della direzione del Washington Post in materia di utilizzo di social network da parte dei proprio giornalisti.

L'articolo al centro della vicenda, "La compassione cristiana necessita della verità sui danni dell'omosessualità" di Tony Perkins (definibile un "attivista anti-gay"), toccava il delicato tema del suicidio di alcuni ragazzi e, arrivando a collegare omosessualità e malattia, ha naturalmente generato polemiche.

In particolare, il gruppo attivista gay GLAAD ha scelto Twitter come mezzo per lamentarsi dell'articolo. A questo punto a rispondere non è stato un giornalista o il commentatore Perkins, ma l'account ufficiale del Washington Post che ha tentato di difendere l'articolo affermando che rappresentava la volontà del giornale di coprire "entrambi i punti di vista". Innescando la logica risposta di GLAAD, secondo cui non si trattava di una storia con più punti di vista.
Il battibecco è stato interrotto in via ufficiale da Raju Narisetti, caporedattore del Washington Post: "Per quanto riconosciamo l'importanza dei social media, invitiamo a non utilizzare gli account ufficiali per altri scopi se non quello di divulgare notizie, raccogliere materiale generato dagli utenti e aumentare il coinvolgimento dei lettori. Ciò non significa, però, rispondere alle critiche e parlare a nome del Post".

Eventuali commenti, si legge nell'intervento ufficiale, "corrispondono ad una lettera al direttore, e allo stesso modo le risposte ottengono una valenza maggiore e devono essere trattati conseguentemente".

Questo, certo, fa chiedersi cosa intenda il Post per "coinvolgimento dei lettori" se le risposte non sono concesse, ma è in linea con quanto la direzione del quotidiano (nonché quella di AP) ha già chiesto rispetto ai comportamenti social dei suoi giornalisti: stringenti linee guida per non intaccare la reputazione del giornale e dei suoi uomini. Che anche come privati cittadini online non devono, per esempio, "far trasparire preferenze su temi religiosi, razziali e sessuali; favoritismi che potrebbero macchiare la credibilità professionale". Per quello, d'altronde, ci sono già gli articoli di Tony Perkins.

Claudio Tamburrino
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