Cristina Sciannamblo

Cina, basta un tweet per i lavori forzati

Condannata a un anno di cattività in un campo femmnile Cheng Jianping, attivista per i diritti umani. La sua colpa è di aver cinguettato e commentato un messaggio sgradito alle autorità

Roma - Un messaggio satirico. È bastato questo al governo cinese per condannare a un anno di lavori forzati l'attivista per i diritti umani Cheng Jianping. L'accusa è di attentato all'ordine pubblico.

Nonostante Twitter sia bannato in terra cinese, molte persone contravvengono al divieto per aggirare i controlli sull'uso della Rete. Nel caso in questione, la donna ha inoltrato sulla piattaforma di microblogging un retweet a suo marito col quale irrideva i manifestanti nazionalisti che protestavano contro il padigilione giapponese all'Expo di Shangai, aggiungendo la chiosa derisoria "gioventù carica e arrabbiata".

Anche se, secondo Hua Chunhui compagno della donna, il tweet voleva essere un intervento giocoso, è bastato alle autorità di Pechino per formulare un'accusa ed emettere la sentenza che condanna la donna ai lavori forzati nel campo femminile Shibali River, situato nella provincia dell'Henan. L'uomo, invece, è stato fermato e rilasciato dopo cinque giorni.
Secondo Amnesty International, Cheng sarebbe il primo cittadino cinese a diventare un progioniero sulla base di un singolo tweet. Molti dissidenti politici attivi su Twitter sostengono che la donna fosse controllata a vista dalla polizia per la sua attività di supporto al Premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo e al difensore dei diritti degli utenti, ora in carcere, Zhao Lianhai.

Secondo la stampa occidentale, la detenzione di Cheng Jianping sarebbe un segno della chiusura del governo cinese e della sua stretta sorveglianza sui commenti circolanti in Rete. Il timore più grande, secondo gli osservatori, è che il potere di Internet possa diffondere e accrescere il malcontento del popolo cinese.

Cristina Sciannamblo
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