Mauro Vecchio

Viacom, con un piccolo aiuto degli amici

Alleati eccellenti per il conglomerato statunitense impegnato in appello contro YouTube. MPAA, Associated Press e Microsoft nella lista contro la piattaforma di Google: sostengono abbia costruito un impero sui contenuti illeciti

Roma - Una schiera più che nutrita di aziende, coalizioni e associazioni a stelle e strisce. Un vero e proprio fronte comune che attenderà in aula la squadra legale di YouTube. L'obiettivo è stato dichiarato: ottenere un significativo ribaltone legale, convincere il giudice di New York ad accettare il recente ricorso in appello presentato dagli agguerriti avvocati di Viacom.

La lista di alleati del conglomerato di media a stelle e strisce è tra le più prestigiose. Presenti broadcaster del calibro di CBS; game publisher come Electronic Arts insieme a colossi dell'informatica come Microsoft. Viacom ha poi trovato ferrei sostenitori nella Motion Picture Association of America (MPAA), nell'agenzia di stampa Associated Press, nel quotidiano The Washington Post e persino nella National Football League (NFL).

Ma sopratutto ci sarà Bruce Lehman, attuale chairman dell'International Intellectual Property Institute. Quel Lehman che durante la presidenza di Bill Clinton aveva cavalcato il boom di Internet già armato di principi a tutela del diritto d'autore. Principi che avrebbe successivamente messo in atto con la stesura del famigerato Digital Millennium Copyright Act (DMCA). Ovvero la legge al centro dell'annosa disputa legale tra Viacom e i rappresentanti del Tubo.
La piattaforma di Google era stata liberata dalle grinfie legali di Viacom, non considerata responsabile di quanto caricato dai suoi utenti. YouTube poteva così considerarsi protetta entro le calme acque legali del safe harbor, stabilito dal DMCA per offrire un porto sicuro agli intermediari. Strumenti appositi erano stati offerti dai suoi responsabili, per dare la possibilità ai vari detentori dei diritti di eliminare i filmati incriminati.

Il conglomerato statunitense aveva già all'epoca contestato l'applicabilità legale della sezione 512(c) del DMCA, sostenendo come la protezione del safe harbor non potesse valere nel caso di YouTube. Il sito di video sharing non avrebbe semplicemente accettato l'esistenza dei filmati incriminati, ma anche sfruttato in maniera illecita la loro capacità di generare profitti.

I legali del gruppo alleati al conglomerato hanno quindi sottolineato come il Tubo abbia consapevolmente costruito il proprio business a partire da contenuti illeciti. La piattaforma di Google non potrebbe essere scagionata solo per la prevista pratica di rimozione dei contenuti su esplicita richiesta da parte dei detentori dei diritti.

Mauro Vecchio
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