Assolti quelli dei Nuremberg Files

Avevano pubblicato online la lista dei medici abortisti e dopo un omicidio erano stati condannati per minacce in un caso storico per le libertà digitali. Ora un tribunale d'Appello ha clamorosamente rovesciato la sentenza

New York (USA) - Il caso dei "Nuremberg Files", cioè liste di medici, assistenti e operatori sanitari abortisti pubblicate sul Web, ha avuto nelle scorse ore una nuova clamorosa svolta. Un tribunale d'appello americano ha infatti stabilito che la pubblicazione di nomi e dettagli su chi pratica l'aborto non costituisce una minaccia ma anzi si tratta di espressione protetta dal Primo Emendamento.

La decisione è clamorosa, visto il grande interesse che aveva circondato lo strano caso della ACLA (American Coalition of Life Advocates), associazione antiabortista che nel 1995 aveva messo in piedi un sito che condannava l'aborto. Sul sito erano stati pubblicati una serie di nomi di medici abortisti, definiti alla stregua di uno squadrone della morte.

Nel tempo quella lista, che intanto guadagnava attenzione sui media, si allargò fino ad inserire un sempre maggior numero di operatori sanitari e di dettagli fino a costituire un database di "abortisti" a cui la ACLA diede il nome di "Nuremberg Files".
Nel 1998, uno dei medici inseriti nella lista venne ucciso e poche ore dopo una grande croce rossa comparve sopra il suo nome. Successivamente, altri due di quei medici furono uccisi ed altri furono minacciati.

Su queste basi un tribunale di Portland, in Oregon, stabilì che quella lista costituiva una "vera minaccia" e impose la chiusura dei Nuremberg Files ordinando un risarcimento di 107 milioni di dollari per danni. Come spesso è accaduto, anche in quell'occasione il sito dei Nuremberg Files fu "catturato" e riproposto in siti-mirror in diversi paesi.

Ora la Corte d'Appello ha deciso che quanto accaduto va rivisto e che quella lista poteva essere pubblicata. E questo perché la lista in sé non incita alla violenza ed è dunque protetta dal Primo Emendamento. "Sebbene siano pungenti - hanno scritto i giudici d'appello - e anche molto offensivi, i commenti della ACLA evitano accuratamente di minacciare i dottori, nel senso che non ci sono frasi che incitano alla violenza contro i nomi segnalati".
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