Cristina Sciannamblo

USA, la concertazione ai tempi di Facebook

Una lavoratrice viene licenziata perché si lamentava dell'azienda sul social network. Ottenuta ora una maggiore apertura del datori di lavoro alla libertà di critica condotta online

Roma - È giunto a una svolta il caso giudiziario che vedeva contrapposti la National Labor Relations Board (NLRB) statunitense e la società legata ai servizi di pronto soccorso American Medical Response of Connecticut. Al centro della contesa, il licenziamento di Dawnmarie Souza, assistente medico, colpevole di aver insultato i suoi supervisori in un post apparso sul proprio profilo Facebook.

Il confronto tra l'azienda e il sindacato riguardava, in particolare, il diritto del datore di lavoro di disciplinare i commenti dei lavoratori comparsi sui social netwotk. Secondo la difesa, Dawnmarie Souza avrebbe avanzato una critica ai suoi supervisori di concerto con i propri colleghi. Da parte sua, l'accusa sostiene che i giudizi postati su Facebook non sono attività protette dall'azienda. NLRB, inoltre, contestava il licenziamento in questione in quanto violazione del National Labor Relations Act, che autorizza i lavoratori a discutere dei termini e delle condizioni del proprio impiego con i colleghi e con terzi.

L'accordo sopraggiunto tra le due parti prevede l'approvazione dell'azienda a rivedere le proprie regole in materia di libertà di parola concessa ai lavoratori affinché quest'ultima non sia limitata. Un altro accordo, privato e separato, è stato raggiunto tra l'assistente medico licenziata e la società, anche se non sono ancora stati resi noti i dettagli.
La vicenda è diventata una sorta di termometro utile a misurare il grado di libertà dei lavoratori nel giudicare i propri datori di lavoro a mezzo social media. Secondo il National Labor Relations Board, il licenziamento per una simile causa è un atto illegale, in quanto l'attività rientra all'interno dei diritti protetti dal National Labor Relations Act.
L'American Medical Response of Connecticut ha negato le accuse, sostenendo che la dipendente è stata licenziata per molteplici motivi legati al comportamento assunto sul posto di lavoro. Inoltre, contrariamente al sindacato, l'azienda sosteneva che le dichiarazioni postate su Facebook non fossero concertate né protette da una legge federale.

L'intesa alla fine concordata prevede, inoltre, la possibilità per i lavoratori di organizzarsi in rappresentanze sindacali senza l'intromissione da parte dell'azienda. Secondo Marshall B. Babson, avvocato con esperienza nella commissione lavoro durante l'amministrazione Reagan, si è in presenza di una forte argomentazione secondo la quale i social network assomiglino a degli spazi pubblici, a un invito alla conversazione.

Cristina Sciannamblo
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