Roma - "Negli ultimi cinque mesi e mezzo una scatola nera è stata applicata alla mia vita. E sull'esterno di questa stessa scatola nera è stata scritta la parola
stupro. Questa scatola è ora stata aperta grazie ad un processo aperto al pubblico. Spero che domani tutti possano vedere una scatola vuota, totalmente estranea a quella parola scritta al suo esterno".
Così
parlava ieri pomeriggio Julian Assange, al termine della sua prima giornata presso la
Belmarsh Magistrates' Court. Il fondatore di Wikileaks è ora tornato in aula, in attesa di affrontare il suo destino dopo le accuse di molestie e violenza sessuale da parte di due donne svedesi. Un processo che ha ormai attirato le attenzioni dei media di tutto il mondo, costantemente
in aggiornamento sulla decisione del giudice britannico.
"C'è il 40 per cento di possibilità di vincere - ha spiegato Assange nel corso di una
lunga intervista pubblicata in
due parti dal sito di giornalismo partecipativo
Agoravox Italia - ma in ogni caso, sia in caso di vittoria, sia in caso di sconfitta, si andrà in appello. Siamo intenzionati a chiederlo e, ovviamente, in caso contrario, sarà l'accusa a farlo. Ma tra la sentenza e la richiesta passerà circa una settimana".
A prendere la parola è stato anche il suo avvocato Geoffrey Robertson, visibilmente preoccupato dell'eventuale estradizione in terra svedese. Il rischio principale sarebbe legato alle modalità processuali adottate dalla giustizia locale, che si discosterebbero dai comuni standard internazionali. Assange verrebbe giudicato
a porte chiuse e in gran segreto, come previsto dalla giustizia svedese per la tutela delle vittime di molestie e violenza sessuale. Lo stesso Robertson
ha sottolineato come il suo assistito possa essere tranquillamente interrogato dalla giustizia svedese in diretta video.
"Se perdiamo sarò arrestato e dovrò di nuovo andare in prigione - ha continuato Assange nel corso dell'intervista rilasciata in esclusiva ad
AgoraVox Italia - Cercheremo di dimostrare che non è corretto che io vada in prigione, non essendo un soggetto pericoloso. Probabilmente capiterà che andrò in carcere per qualche giorno e successivamente mi daranno gli arresti domiciliari".
Il
founder è andato poi oltre le sue vicissitudini giudiziarie, parlando innanzitutto delle sorti future del sito delle soffiate Wikileaks. "Fino al mio arresto, siamo riusciti a raccogliere anche
110mila dollari in tre giorni e mezzo. Ma è durato poco. Abbiamo perso quello che avremmo potuto guadagnare da questa popolarità, poiché ci sono state bloccate le donazioni. Avremmo potuto usare questa popolarità proprio per finanziarci e migliorarci".
Assange ha quindi rivelato di aver proposto i
cable a due grandi quotidiani del Belpaese, prima di incassare un doppio rifiuto. Perché il
New York Times? "Oggi posso dire perché un giornale statunitense: le nostre fonti erano statunitensi, così avremmo potuto tutelarle meglio. Nel caso fossero state fermate avrebbero avuto un editore pronto a tutelarle in tribunale ed è per questo che abbiamo scelto un giornale statunitense".
"Nonostante le persone ruotino molto nelle sedi diplomatiche, se a qualcuno dovesse succedere qualsiasi cosa, verremmo subito accusati - ha continuato Assange - E quindi abbiamo deciso di controllare tutto ciò prima di pubblicare direttamente sul sito i
cable. E anche se una persona fosse uccisa per una ragione per la quale noi non siamo assolutamente colpevoli, verremmo accusati in ogni caso. Ed è per questo che abbiamo rallentato la pubblicazione dei
cable".
Mauro Vecchio