Gabriele Niola

WebTheatre/ La webserie da sgranocchiare

di G. Niola - Cereali affogati in una webserie. Quando lo sponsor tenta di fidelizzare, posizionando i contenuti a cavallo tra spot e intrattenimento: Tutti i venerdė

Roma - Una webserie sponsorizzata è uno dei modi migliori di generare introito a fronte di una produzione in video per la rete, nonché una buona occasione di andare a colpire una nicchia precisa. È stato il segreto di molti successi e un aiuto a molte serie che, se non ci fosse stato un prodotto a deviare temi, valori e ambientazioni verso una nicchia di utenza, avrebbero navigato nel terribile mare del generico. Talmente è buono il modello che è stato importato anche in Italia.
Ultimo esempio, che ha cominciato a girare in rete da un mese, è Tutti i venerdì, webserie finanziata dai cereali mr. Kanny. Il processo è interamente localizzato in Puglia. La società che produce i cereali è pugliese, così è la produzione della webserie, i personaggi e gli attori coinvolti (compreso il più noto Nicola Nocella, arrivato anche al cinema con Pupi Avati). A curare il tutto ci sono Enzo Piglionica e Lorenzo Scaraggi per Vertigo Imaging.

Tutti i venerdì


Tutti i venerdì si presenta come un prodotto televisivo, ha una scrittura da prodotto televisivo e gestisce un rapporto con il pubblico e la committenza da prodotto televisivo, a partire da uno spunto vagamente webseriale. Si raccontano storie legate alla vita casalinga di tre amici che vivono insieme (ecco per l'appunto lo spunto da webserie), senza un filo comune, senza un'idea precisa di cosa differenzi un prodotto per internet da uno per la televisione e senza raccontare storie che effettivamente poi rispecchino una nicchia.
Tutti i venerdì, che riesce a incorporare i cereali mr. Kanny in ogni puntata senza mai farli risultare invasivi, sembra volersi rivolgere a tutto il pubblico giovane in maniera indistinta, in questo modo non sceglie né beneficia dello specifico che il brand che produce poteva introdurre.
Ma la questione non è tanto metodologica o produttiva (ognuno produce e distribuisce come meglio crede), quanto di linguaggio e di uso dei formati video in rete. Cioè quanto senso abbia pensare un prodotto video in una certa maniera.
Pochi giorni fa Initiative ha diffuso uno studio teso a dimostrare come il metro puramente rilevativo (quello da sempre applicato in tv) sia destinato a morire quando si parla di pubblicità. Con l'emergere di nuove tecnologie e nuove piattaforme la rilevazione pubblicitaria sempre più necessariamente deve essere centrata sull'efficacia, cioè sul comportamento del bersaglio comunicativo e non su chi egli sia. Sono cose che si vanno ripetendo ed annunciando da anni, perché sono vere e facilmente prevedibili.
In questo senso le serie per la rete sponsorizzate sono stati uno dei primi campi in cui applicare quest'idea. Creando un contenuto intorno al quale interagire si sono spinti i consumatori a compiere delle azioni nei riguardi del brand che, per quanto non sia necessariamente l'acquisto, sono una prova dell'efficacia comunicativa e del suo potere di coinvolgimento.

E qui veniamo al video per la rete. Questo paradigma è stato infatti ben declinato da Crodino Crazy Factory che, come raccontammo, si è posizionato su Facebook e YouTube con una webserie, Ad un pelo dalla Victoria, che allargava gli spot televisivi con il Gorilla e Victoria Cabello. Una serie che non aveva quasi mai il Crodino al suo interno ma riusciva a creare fidelizzazione e interazione tra gli utenti, specialmente sui social network.
Al contrario un'altra webserie di cui già si parlò, Gamers (serie smaccatamente pubblicitaria brandizzata da Gamestop, che in ogni episodio organizza un miniracconto ambientato in un punto vendita della catena di negozi di videogiochi per parlare di un videogame in particolare), mancava il bersaglio, sfruttando competenze della televisione, come ad esempio parte del team di Camera Cafè, per creare quelli che di fatto sono degli spot narrativi che utilizzano i personaggi per dare risalto ai giochi e non viceversa. Tuttavia Gamers ha trovato un suo senso preciso, arrivata al 39esimo episodio e non accenna a fermare la sua corsa e si conferma un appuntamento promozionale settimanale da affiancare ai banner dei videogiochi. Dunque non una webserie ma una serie di spot.
Tutti i venerdì si situa tra questi due esperimenti. Non sufficientemente promozionale per avere un senso come supporto ai prodotti, né sufficientemente autonomo, libero e adatto alla rete per avere senso da solo e fare da volano di valori e brand legati all'azienda sponsorizzante. Un ibrido che come spesso capita alle produzioni per la rete italiane sembra risentire eccessivamente di una sudditanza verso gli altri media (in special modo la televisione) che gli impedisce di adattarsi a quello che gli è proprio. Un problema insomma di linguaggio audiovisivo che diventa un problema di senso.

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