Claudio Tamburrino

Spotify, benvenuta negli States

Prima denuncia brevettuale per il servizio di streaming svedese. Ma i brevetti contestati sembrano davvero vecchi e generici

Roma - Il servizio di streaming svedese Spotify è attivo negli Stati Uniti da appena due settimane, ma tanto sembra essergli bastato per attirarsi l'attenzione negativa di qualcuno: l'azienda di San Diego PacketVideo ha sporto denuncia per violazione di brevetti relativamente al servizio musicale cloud based.

PacketVideo ha adito la corte distrettuale di San Diego e un tribunale olandese. E solo, si legge in un comunicato, dopo ripetuti tentativi di raggiungere un accordo di licenza con Spotify.

Ad essere interessati sono un brevetto statunitense e uno europeo, entrambi registrati a metà degli anni novanta dall'azienda svizzera SDC AG, entrata a far parte di PacketVideo nel 2007: coprono una tecnologia (come si legge nel titolo di quello a stelle e strisce) "per la distribuzione della musica in formato digitale" e secondo l'accusa sono "necessari a Spotify a implementare il proprio servizio musicale cloud based".
Per questo l'azienda di San Diego ha chiesto il pagamento dei danni e un'ingiunzione contro Spotify.

L'azienda svedese, da parte sua, respinge fermamente le accuse al mittente: parte del suo successo, spiega, è dovuto proprio al fatto che impiega una tecnologia "proprietaria altamente innovativa che incorpora il peer-to-peer".

In generale, gli osservatori sembrano concordare nel ritenere che quanto rivendicato nei brevetti ora detenuti da PacketVideo sia quanto meno troppo vago e nella sostanza non innovativo neanche nel 1995, data della sottoscrizione della domanda di brevetto.

Claudio Tamburrino
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