Luca Annunziata

In pezzi il sogno spaziale di Mr Amazon

Un veicolo di test fuori controllo finisce distrutto. Jeff Bezos, patron di Blue Origin, minimizza. Gli osservatori si interrogano sui progressi dell'azienda con sede nello stato di Washington

Roma - Nessuno si è fatto male, non fisicamente almeno. Quando a oltre 45mila piedi (più di 13 chilometri di altitudine) il veicolo di test di Blue Origin, l'azienda aerospaziale finanziata da Jeff "Amazon" Bezos, ha perso il controllo a oltre 1,2 mach di velocità in pieno regime transonico, non c'è stato altro da fare che abortire la missione: il computer di bordo ha deciso autonomamente di mettere fine alla vita del velivolo, spegnendo l'alimentazione e conducendolo alla distruzione.

La notizia, anticipata dal Wall Street Journal e solo in seguito confermata da Blue Origin, risalirebbe al 24 agosto: nessun annuncio era stato fatto fino a oggi né dall'azienda, né dall'agenzia spaziale NASA. Il problema sarebbe insito nel sistema di pilotaggio, che non avrebbe adeguatamente risposto agli input da terra e avrebbe causato una perdita complessiva dell'assetto della navetta. Navetta che al momento ha un tozzo aspetto da scaldabagno, ma che in futuro dovrebbe essere equipaggiata con moduli specifici per il trasporto cargo o quello umano.

In una scarna lettera pubblicata sul sito Blue Origin per spiegare l'accaduto, lo stesso Jeff Bezos ha chiarito che la conclusione del volo "non è stata quella che avremmo voluto", ma ha ribadito l'impegno per continuare nello sviluppo dei prototipi basati su carburante liquido e riutilizzabili (sono potenzialmente in grado di decollare e atterrare in verticale). In ballo ci sono i finanziamente elargiti dal Governo USA, che tuttavia non erano stati impiegati nella costruzione del prototipo andato distrutto: a ogni modo, i rappresentanti delle agenzie coinvolte si saranno senz'altro presentati alla porta per chiedere spiegazioni.
La sfida lanciata da Blue Origin e altre aziende, tra cui spiccano senz'altro la fortunata SpaceX (prossima alle prime missioni per conto NASA) e Virgin Galactic, è appunto quella di portare anche nello spazio un modello commerciale basato sul trasporto privato. Non più solo missioni ufficiali sponsorizzate dai governi, ma anche turisti che si prenotano per un volo suborbitale o spedizioni di rifornimenti e apparecchiature verso avamposti come la Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

Tra quelle sponsorizzate da un imprenditore di successo, Blue Origin sembra al momento l'azienda col progetto più debole: SpaceX come detto ha testato con successo il suo sistema di vettori Falcon e i cargo Dragon, e si prepara nel corso delle prossime settimane a ottenere da parte di NASA le prime commesse per trasportare materiale (al momento di esseri umani non se ne parla) fin sulla ISS a partire dal 2012. Il frangente non potrebbe essere dei migliori, visti i dubbi che al momento circondano i prossimi lanci della pur collaudatissima Soyuz.

Virgin Galactic, invece, punta tutto sul turismo spaziale e pare non incontri particolari difficoltà nello sviluppo e test dei suoi due velivoli gemelli che hanno il compito di traghettare a grandi altezze e poi sempre più su i fortunati in grado di pagare il biglietto a 5 zeri per il viaggio (o imprese con necessità di test particolari). Blue Origin, da parte sua, vorrebbe riunire assieme le due missioni: una capsula capace di trasportare ben sette astronauti per volta, compatibile sia con gli Atlas V della NASA che con il proprio lanciatore a basso costo, e un cargo per effettuare missioni di rifornimento e trasporto di payload in orbita.

Luca Annunziata
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