Luca Annunziata

Sbarco in Borsa rinviato per Groupon?

Non è la prima azienda della seconda era del Web a rimandare a data da destinarsi l'arrivo sul mercato azionario. Di certo la situazione globale non aiuta: ma in questo caso ci sono molte variabili da considerare

Roma - All'inizio del mese era stata Zynga, azienda specializzata nel gaming su piattaforme sociali, a rimandare la sua quotazione: vista la situazione incerta in cui versano i mercati finanziari, la mamma di Farmville aveva preferito rimandare almeno a novembre la sua quotazione (prevista miliardaria) in Borsa, onde evitare che un listino depresso potesse influenzare negativamente il suo debutto. Ma se nel caso di Zynga le attese sono alte alla luce di una buona salute di cui godono i suoi conti, lo sbarco a Wall Street di Groupon è stato circondato sin dal principio da un certo scetticismo: e il rinvio trapelato dalle colonne del Wall Street Journal della IPO (initial public offering, offerta pubblica iniziale) dell'azienda di Chicago non ha favorito l'ottimismo.

Dallo scorso giugno, Groupon è sotto il fuoco di critici e osservatori per il suo business e il modo in cui è stato presentato alla SEC (l'organo che controlla la Borsa USA): la metodologia contabile adottata ha permesso di mostrare conti assolutamente in ordine, tanto da far lievitare gradualmente settimana dopo settimana le stime sulla raccolta fondi possibile. 750 milioni, un miliardo di dollari, forse di più: per un modello basato, essenzialmente, sulla raccolta di indirizzi email e l'invio di missive pubblicitarie, un exploit non da poco.

Nelle ultime settimane, tuttavia, molte critiche sono piovute sull'approccio di Groupon al mercato delle offerte locali: i costi marketing, quelli cioè sostenuti dall'azienda per rastrellare utenti che inseriscano spontaneamente il proprio indirizzo nel database, sono in costante crescita, e molte polemiche hanno investito anche i "deal", le offerte proposte ai potenziali acquirenti. Le attività commerciali sarebbero convinte ad accettare prezzi molto bassi per invogliare gli acquisti, ma si ritroverebbero per questo con code chilometriche difficili da smaltire e con introiti "drogati" da questo approccio al ribasso. In altri casi, persino la qualità delle offerte è stata messa in discussione. La chiusura del servizio analogo di Facebook avvenuta nelle scorse settimane potrebbe anche essere letta come un segnale di una perdita di interesse da parte del pubblico per questo genere di servizi.
Sta di fatto che, visto anche il fiorire di cloni e servizi paralleli, il modello Groupon ha qualche ragione di esistere: non è detto che sia così lucroso o vantaggioso come nelle speranze della prima ora, ma fatti i dovuti aggiustamenti potrebbe anche tenersi in piedi (la lunghezza della lista di indirizzi email raccolti supera di gran lunga i 30 milioni). Di sicuro, al momento è un modello costoso: i timori di non raccimolare sul mercato pubblico abbastanza fondi a causa della congiuntura economica deve aver convinto il management a rimandare il grande passo, anche se questo potrebbe costringere l'azienda di Chicago a tentare di nuovo la strada del finanziamento privato per tenere liquidità in tasca.

La versione ufficiosa, mancano comunicazioni ufficiali di Groupon stessa, dice che per l'IPO bisognerà valutare l'opportunità di avviarla settimana dopo settimana. Nel frattempo la SEC sta attendendo chiarimenti rispetto alla diffusione di un memo del CEO Groupon Andrew Mason, a pochi giorni dal previsto sbarco in borsa e quindi quando le aziende dovrebbero mantenere il più stretto silenzio stampa, in cui il co-fondatore spiegava ai dipendenti tutte le qualità del business che stavano per quotare. Se tutto questo sia o sarà l'indicatore di una nuova bolla speculativa tecnologica pronta a scoppiare si capirà nelle prossime settimane.

Luca Annunziata
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