Mauro Vecchio

Spotify, profondo rosso

Deludono ancora una volta i risultati finanziari della piattaforma svedese, le perdite non si arrestano. L'esborso maggiore per pagare le licenze dei brani. Il lancio statunitense risulterà ora cruciale

Roma - A meno di un anno dal disastroso bilancio finanziario del celebre servizio di streaming musicale Spotify emergono nuovi risultati aggiornati alla fine dello scorso dicembre, registrati dai vertici di Spotify Limited in terra britannica.

La crescita della piattaforma svedese non sembra affatto minacciata, potendo contare su ricavi lievitati del 458 per cento di anno in anno. Dai circa 11 milioni di sterline nel 2009 ai quasi 64 alla fine del 2010. Percentuali in aumento se considerati i ricavi dalle singole sottoscrizioni, dai 6 ai 45 milioni di sterline.

Ma non basta. L'equilibrio finanziario della piattaforma del Vecchio Continente è ancora estremamente sbilanciato, con perdite passate dai 16 milioni di sterline (2009) a 26 milioni (2010). I costi in uscita hanno di fatto spazzato via le sterline piovute nelle casse di Spotify Limited.
Ancora una volta, le tasche del servizio musicale svedese sono state prosciugate dagli onerosi pagamenti delle royalty. A partire dal 2008, l'azienda avrebbe speso oltre 40 milioni di euro in licenze per i brani, con altri 30 milioni versati all'estate del 2010. Lo sbarco negli Stati Uniti dovrà ora risollevare le sorti finanziarie di Spotify.

"È cruciale che Spotify continui ad entrare nei mercati presenti e futuri nel minor tempo possibile", si legge in un comunicato diramato da Spotify Limited. Magari grazie all'accordo con il gigante Facebook, che ha già portato verso la piattaforma svedese un milione di utenti.

Mauro Vecchio
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