Roma - Erano stati
bacchettati dall'Alta Corte di Nuova Delhi, accusati di aver permesso la
proliferazione online di materiale osceno, diffamatorio, contrario ai principali credo religiosi. I vertici di Google, Microsoft, Facebook e Yahoo! - insieme ad altre 17 aziende operative sul web - dovranno
presentarsi in aula entro la metà del prossimo marzo, nel tentativo di dimostrare la propria estraneità a certe condivisioni blasfeme sul web.
I rappresentanti legali della divisione indiana di BigG sono ora
intervenuti davanti al giudice, rimarcando ancora una volta il ruolo da semplice intermediario interpretato dal colosso di Mountain View. Un motore di ricerca come quello gestito da Google si limiterebbe a reindirizzare gli utenti verso un determinato sito,
non affatto responsabile delle attività condotte dagli utenti o dai vari webmaster.
Gli avvocati di Google India hanno inoltre
sottolineato come il blocco dei siti web
rischi seriamente di coinvolgere contenuti perfettamente legali. Ad esempio eliminando la parola
sesso, spesso presente in documenti come liste elettorali e passaporti. Una visione condivisa dai vertici di Facebook: il social network in blu non potrebbe monitorare le attività degli iscritti sulla base delle rispettive fedi religiose.
In sostanza, gli intermediari della Rete hanno ancora una volta rivendicato il proprio ruolo da traghettatori delle masse dei netizen. Le autorità indiane hanno invece minacciato "blocchi in stile Cina", data la presenza continua di contenuti pornografici e soprattutto contrari ai principi dell'Induismo, dell'Islam, del Cristianesimo.
Mauro Vecchio