Gabriele Niola

WebTheatre/ Come farsi finanziare una webserie

di G. Niola - Una storia non particolarmente originale, personaggi non particolarmente originali, ma un mondo di riferimento: quello degli hipster. Ed ecco che Kickstarter paga

Roma - Non c'è miraggio più grande del crowdfunding, specie nel mondo della produzione audiovisiva online, una chimera raggiunta da pochi (solitamente già noti presso la propria comunità di riferimento) ma desiderata da molti. Uno dei più curiosi casi di successo è quello di I hate being single, webserie creata da Rob Michael Hugel che è riuscita a finanziare il doppio episodio che fa da finale della sua prima stagione raccogliendo 6.600 dollari (su 5.000 richiesti), attraverso il solito Kickstarter. Contrariamente al solito, I hate being single non partiva con nomi noti, non è un prodotto realizzato da un videomaker già famoso, né ha goduto di sponsor importanti a perorare la propria causa. Semplicemente è piaciuto al suo target di riferimento.

I hate being single


La storia raccontata è delle più classiche ma vista attraverso una precisa angolatura, quella della sottocultura hipster. Protagonista del racconto è lo stesso autore/regista/montatore Rob Michael Hugel, e la trama gira intorno ai temi del genere commedia-romantica canonizzata dal cinema statunitense.
La mancanza di originalità nello spunto è compensata dall'abilità con la quale I hate being single incrocia i gusti del proprio pubblico. Non limitandosi alla sola storia, costumi e ambientazioni, la webserie è riuscita a creare il feel di un prodotto artigianale e fatto in casa, a basso budget ma con molto cuore (temi ricorrenti della sottocultura hipster), non mancando di esplicitare in più di un momento i richiami al proprio universo di riferimento attraverso l'uso di oggetti o marchi emblematici.
Insomma, tra riferimenti sottili e grossolani, tra tonalità e accorgimenti di storia, Rob Michael Hugel ha confezionato una webserie che non brilla per abilità, divertimento o coinvolgimento ma che, a differenza di molte altre anche meglio ideate, è riuscita a catalizzare i portafogli dei propri spettatori.
Un ruolo importante in questo l'ha giocato anche la scelta di pubblicare gli episodi non sul più raggiungibile YouTube (dove la serie è comunque presente ma poco visualizzata) ma sul più di nicchia Blip. Il portale dall'illustre passato da qualche mese si è infatti riciclato con successo come community in grado di curare e seguire ogni singola serie con maggiore attenzione. Esattamente quello che un prodotto come I hate being single richiede.

Alla fine gli ultimi 2 episodi della stagione (quelli finanziati attraverso Kickstarter), per i quali è stato preso un altro regista (T.J. Misny, che sarà anche al comando della prima webserie di The Onion), un'altra crew, altre attrezzature e via dicendo, risultano completamente differenti, perdono qualsiasi riferimento artigianale ma in compenso sono dotati di una scrittura decisamente migliore, sia dal punto di vista delle trovate che dello humour.
Se quindi i primi 5 episodi di I hate being single sono una serie di disavventure non eccessivamente divertenti nella vita di un single hipster, le ultime due sono una piccola odissea a sé, un viaggio surreale nelle regole e nei dettami dell'universo in questione, verso il finale più canonico possibile.
Questo ad ulteriore dimostrazione che non è stata la storia quanto il tono, la strategia distributiva e le scelte di posizionamento in rete ad aver fruttato un pubblico da 6.600 dollari.

I HATE BEING SINGLE - EPISODIO 1


I HATE BEING SINGLE - EPISODIO 2


Gabriele Niola
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