Mauro Vecchio

Panasonic, chiuse le fabbriche cinesi

Movimenti anti-nipponici in Cina, per rinvendicare il controllo di un gruppo di isolotti nel mare orientale. Il gigante dell'elettronica chiude le fabbriche per la sicurezza degli operai

Roma - Nello scontro tra le grandi potenze economiche dell'Asia per la conquista di un gruppo di isole disabitate tra le acque del mare cinese orientale, con una mossa a sorpresa, il governo giapponese sembra pronto ad acquistare i cinque isolotti di Senakuin - nome adottato solo nel Sol Levante, mentre in cinese diventa Diaoyu - da un misterioso imprenditore locale.

E cosa c'entra il gigante dell'elettronica Panasonic nella disputa tra Giappone e Cina? L'azienda nipponica ha deciso di chiudere due dei suoi stabilimenti a Qingdao, nella provincia dello Shandong. Le attività di assemblaggio sono state temporaneamente sospese, a causa dei movimenti di protesta scatenatisi in terra cinese.

Tensione alle stelle tra i governi di Pechino e Tokyo, dal momento che la Cina ha sempre considerato suo il gruppo di isolotti disabitati nel mare orientale. L'eventuale presenza nipponica non sarebbe affatto gradita, ipotesi che ha scatenato violenza e soprattutto un'ondata anti-giapponese.
I vertici di Panasonic - ma anche di altre aziende come Canon - hanno spedito a casa tutti i lavoratori nelle fabbriche di Qingdao, annunciando la ripresa delle attività nei due centri solo dopo lo scampato pericolo. Pare che un nugolo di operai cinesi abbia sabotato le attività di assemblaggio per il colosso dell'elettronica di consumo.

Mauro Vecchio
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