Mauro Vecchio

Lavoro IT, Apple contro Palm

Nel 2007, Steve Jobs ha minacciato Palm dopo il trasferimento da Cupertino di alcuni talenti. Ultimatum al CEO Edward Colligan: smetterla subito o subire una causa per violazione di brevetti

Roma - Un secondo carteggio elettronico tra i due CEO di Apple e Palm, nelle nuove documentazioni presentate al giudice californiano Lucy Koh nel caso che interessa il cartello sui salari nel settore ICT. Nell'agosto 2007 - quasi tre anni prima dell'acquisizione dell'azienda di Sunnyvale da parte di HP - il compianto Steve Jobs chiedeva a Edward Colligan di bloccare immediatamente il reclutamento di talenti da Cupertino.

Lo stesso Colligan - a quel tempo, chief executive di Palm - ha confermato la ricezione della minacciosa missiva elettronica da parte di Steve Jobs. Il co-founder di Apple aveva letteralmente minacciato Colligan, con il possibile avvio di una causa brevettuale qualora Palm si fosse rifiutata di bloccare il trasferimento di personale da una società all'altra. "Il mio consiglio è di dare un'occhiata al nostro portfolio di brevetti prima di prendere una decisione finale", scriveva Jobs alla fine del suo messaggio.

In sostanza, ai vertici di Palm venivano offerte due soluzioni: dismettere le operazioni di assunzione del personale di Apple o rischiare una causa per violazione di alcuni (ignoti) brevetti controllati dalla Mela. "Non credo che un contenzioso legale rappresenti la giusta risposta", aveva suggerito Jobs. Dal canto suo, il CEO di Palm aveva sottolineato come le pretese di Apple fossero "probabilmente illegali", dimostrandosi "non affatto intimidito" dalle pressioni di Cupertino.
Le comunicazioni elettroniche tra Jobs e Colligan ampliano lo sguardo sulla macchinazione dei giganti IT per bloccare lo spostamento di talenti e mantenere artificiosamente basso il costo del lavoro nel settore. Dopo aver bacchettato Google per alcuni trasferimenti dalla divisione iPod, Jobs aveva ricevuto le scuse di Eric Schmidt, intenzionato a mantenere gli accordi a livello verbale per non lasciare pericolose prove concrete. Al giudice Lucy Koh spetta ora la decisione, se garantire o meno alla denuncia contro le sette aziende del cartello lo status di class action.

Mauro Vecchio
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