Mauro Vecchio

USA, gli algoritmi di Google non offendono

Respinto il ricorso in appello di Bev Stayart, che aveva accusato BigG di lucrare sull'associazione tra il suo nome e siti dedicati a farmaci per soli uomini. Le informazioni fornite dal search sarebbero di pubblico interesse

Roma - L'ultima disfatta legale per Beverly Bev Stayart, la donna che ha sfidato i colossi del web per le curiose associazioni al suo nome sui motori di ricerca. Dopo la sconfitta contro Yahoo!, l'ira di Stayart si era abbattuta su Google, accusata di aver offerto ai netizen una rappresentazione pericolosamente equivoca della sua immagine, oltretutto sfruttandola per aumentare i profitti in ambito pubblicitario.

Una corte d'appello di Chicago ha ora respinto le richieste di Bev Stayart, sottolineando come la Grande G non risulti affatto in violazione delle leggi sulla privacy valide nello stato statunitense del Wisconsin. La donna non sarebbe riuscita a provare un collegamento sostanziale tra il suo stesso nome e le presunte associazioni diffamatorie nelle feature di suggerimento automatico di Google.

Come nella causa che aveva coinvolto Yahoo!, Stayart si era lamentata del collegamento tra la query bev stayart e levitra, farmaco generalmente utilizzato per curare le forme di disfunzione erettile maschile. La donna se l'era presa per il suggerimento automatico della funzione Autocomplete, che appunto associava il suo nome ad una serie di siti web per la diffusione di malware e contenuti pornografici. Google era stata così accusata di sfruttamento indebito delle informazioni personali per guadagnare in termini pubblicitari.
Il giudice di Chicago ha però stabilito che Bev Stayart non è riuscita a dimostrare un collegamento "non incidentale" tra il suo nome e i siti malevoli. Le informazioni fornite da Google nel suo motore di ricerca sarebbero di "pubblico interesse", non oscurabili per le esigenze personali di un singolo cittadino a stelle e strisce. A colloquio con la redazione di Arstechnica, Stayart ha annunciato il suo ricorso alla Corte Suprema degli States.

Mauro Vecchio
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