Editoriale 3/4/2000

Per proteggersi dalla pirateria le grandi corporazioni costituite dalle case discografiche e cinematografiche pensano di proteggersi con la crittografia, campo prediletto degli hacker. Ma sono gli hacker i veri pirati?

Vedere come le grosse major cinematografiche e discografiche pensano di risolvere i problemi legati al sopravanzare del nuovo sul vecchio, dei nuovi sistemi sui vecchi sistemi, è a dir poco patetico. Se questi colossi pensano di risolvere i loro problemi arrestando brufolosi ragazzini norvegesi che, loro sì, hanno fatto lavorare il cervello, magari per vedersi in santa pace un DVD sotto Linux, è davvero pazzesco. Sarebbero quelli i pirati? Strano, io pensavo che i pirati fossero quei tizi che su Yahoo! vendono in tutta tranquillità i giochi della Play contraffatti, o qualche centinaio di copie di Matrix in formato DivX, tizi che, credete a me, di mestiere fanno i mercanti, non certo gli hacker.
Tutto il mondo della cosiddetta ?new economy? sembra improvvisamente diventato paranoico: ?all?hacker!, all?hacker!? si grida a destra e a manca. Qualche secolo fa si gridava ?all?untore!, all?untore!?. La colpa non è di chi fa, ma di chi sa fare. La colpa è di chi si diletta a programmare un algoritmo per decrittare i DVD, non delle organizzazioni criminali che già da tempo hanno acquistato tutti gli apparati necessari a copiare DVD in serie e dar vita a veri e propri mercati paralleli di film contraffatti.
Date un?occhiata a questo sito, http://www.dvdpiracy.net/ (grazie Myzar), e ditemi voi cosa ci capite. Con la mia non proprio umile esperienza in materia sono riuscito a comprendere solo questo: che per creare qualcosa di simile ad una copia riuscita male di un DVD occorrono ore di lavoro, cinque o sei software diversi, DVD player che leggano i CD come fossero DVD, programmini per contraffare il regional setting e? tanta ma tanta volontà. E tutto questo quando sotto casa posso noleggiare DVD in italiano a 5.000 lire?
Alessandro Del Rosso