Gabriele Niola

WebTheatre/ Il limbo di Maccio Capatonda

di G. Niola - Sospeso fra le produzioni per la tv con formati per l'online rilanciati con naturalezza in Rete e le webserie, sceglie la tv con affaccio connesso. Perché Internet, in Italia, non paga

Roma - Il problema atavico della webserialità in Italia è il ricavo. Questione di bacino di utenza (limitato per via della lingua), questione di investimenti (ridicoli) e questione di scarsa propensione di molti autori e produttori ad adottare modelli di business alternativi, magari imitando quanto si faccia all'estero, o provando a trovare finanziamenti alternativi rispetto all'usuale (cioè a come si faccia sui media tradizionali).
Questa problematica non da poco ha portato ad una stortura nel nostro sistema produttivo, cioè ha portato molti progetti per la rete a nascere nel formato televisivo. Pensate per internet le webserie vengono fatte a misura di collocazione televisiva, così che, magari, con il successo online possano poi trovare piazzamento (e quindi finanziamento) in tv, o viceversa.

È il caso molto illustre della seconda stagione di Freaks, in cui ogni episodio (seguendo una tendenza iniziata già nella prima stagione) è stato allungato fino ad arrivare ad un minutaggio da televisione e, non certo a caso, è andata in onda su DeejayTV (online poteva essere seguito o attraverso il player del canale che trasmette la diretta tv o qualche giorno dopo sull'account YouTube). Ed è il caso di Mario la nuova serie di Maccio Capatonda, un autore nato in televisione con format tipici di internet, passato alla produzione solo per l'online e adesso tipico esempio di questo limbo.

Mario

Maccio Capatonda è l'autore che in Italia ha compreso meglio di tutti le modalità produttive e fruitive della rete. Fin dai suoi esordi su Mai Dire ha confezionato dei piccoli video per la tv che sembravano fatti per stare online e che facilmente si sono diffusi su YouTube in maniera "abusiva".
In una maniera che appariva abbastanza logica e consecutiva è stato tra i primi coinvolti nel progetto di FlopTV, partecipando a diverse webserie ospitate dal sito, molte delle quali anche scritte e realizzate da lui assieme al suo solito team. Tuttavia la sua collocazione esclusivamente online non ha mai ricevuto il medesimo successo di quella che si fregia di un passaggio televisivo, prova ne è che poi, tornato in tv con programmi su Rai3 e poi La7, ha ripreso a confezionare pillole e video dal sapore webseriale, ripresi con rinnovato successo da YouTube (al contrario, di quanto fatto su FlopTV, c'è poca traccia sul Tubo).
Non stupisce quindi che il suo nuovo progetto sia una serie tv (e non una webserie) chiamata Mario, mandata in onda da MTV ma amplificata e distribuita in rete con molta serietà e precisione attraverso il sito del canale. Se il primo passaggio non fosse televisivo si direbbe che è una webserie, visto come è posizionata bene online e come gode di video Extra.
Con una durata da format televisivo (poco più di 20 minuti ad episodio), una trama lineare intorno alla quale orchestrare le gag e far muovere dei personaggi già di provato successo in tv ma soprattutto online (quel sottobosco finto televisivo portato avanti da Johnny Polemica in poi), Mario è di nuovo un prodotto per la tv che sembra pensato per la rete. Non a caso le puntate che si trovano online hanno una quantità di visualizzazioni (nell'ordine delle centinaia di migliaia) molto superiori a quelle di tutti gli altri video ospitati dal canale ufficiale di Maccio (sul quale i più visti viaggiano su cifre nell'ordine delle decine di migliaia).

Viene così dimostrato l'assioma per il quale anche un personaggio che gode di grandissimo seguito e grandissima popolarità online, i cui video sono abitualmente condivisi e rilanciati sui social network, è solo attraverso il passaggio televisivo che riesce davvero a incidere su internet.
Maccio Capatonda non è certo un esordiente o una scoperta di YouTube, eppure il suo rapporto con la rete è diverso da quello di chiunque altro. Che anche lui, che in tv aveva trionfato con pillole dal minutaggio breve tipiche di YouTube, si sia arreso all'uso di format televisivi è un segno inequivocabile della scarsità di finanziamenti e interesse per le produzioni destinate esclusivamente ad internet.

Gabriele Niola
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