Alfonso Maruccia

Australia, in Rete blocchi a cascata

La commissione regolatrice australiana ammette di aver usato i propri poteri di interdizione all'accesso dei siti web con una certa libertà e con una certa leggerezza. E promette maggiore trasparenza per il futuro

Roma - Dopo l'abbandono del piano-filtri contro i siti web indesiderati, l'Australia è entrata in una nuova era della lotta all'illegalità digitale in cui basta prendere di mira un singolo sito-truffa per buttare giù migliaia di altri siti e centinaia di migliaia di nomi di dominio.

Lo rivela la Australian Securities & Investments Commission (ASIC), commissione governativa indipendente a salvaguardia dei consumatori e del commercio che, riferendo alla camera alta del parlamento, ha fornito informazioni circa l'uso delle notifiche e dei poteri previsti dalla sezione 313 del Telecommunications Act locale.

Tali poteri di intervento sono stati usati una decina di volte nel corso degli ultimi 12 mesi, ha dichiarato ASIC al Senato australiano, e in un caso è stato preso di mira l'indirizzo IP di un sito truffaldino. La richiesta del blocco di quel singolo IP ai maggiori ISP del paese ha pero portato al mancato accesso ad altri 1.200 siti che condividevano lo stesso indirizzo, e una richiesta di blocco successiva - inviata rigorosamente via fax ai suddetti ISP - ha reso inaccessibili 250.000 siti.
Incidentalmente, spiega ancora ASIC, nello stesso periodo in cui la commissione esercitava i poteri di censura della sezione 313 si muoveva anche la polizia federale australiana (AFP) per filtrare i contenuti web compresi nella lista del "peggio del peggio" stilata dall'Interpol.

Le due operazioni di censura selettiva (almeno nelle intenzioni, pochissimo nei fatti) sono comunque distinte, spiega ASIC, e per il futuro la commissione intende informare il pubblico su ogni singola operazione di inibizione. Nella speranza di non provocare un nuovo blocco di massa.

Alfonso Maruccia
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